Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Benvenuti a Londra, «lavatrice» mondiale del denaro sporco

Le acque del Tamigi portano via i timori dei riciclatori di tutto il mondo. Per loro la Brexit è solo una parola. L’uscita dal mercato europeo non tocca la più grande lavanderia mondiale di denaro sporco: Londra.
Il sistema societario e finanziario britannico continuerà infatti ad appoggiarsi, per i flussi in entrata e in uscita, sulle società offshore e sui paradisi fiscali legati alla Corona. Anzi, il divorzio dall’Unione europea potrebbe attrarre ancora di più nella City un fiume di denaro illecito.
Già oggi, secondo i calcoli della National Crime Agency (Nca), l’agenzia contro il crimine organizzato del Regno Unito, vengono riciclati
ogni anno fra i 36 e i 90 miliardi di sterline (fra i 42 e i 105 miliardi di euro), dal 2 al 5% del Prodotto interno lordo britannico, pari a 1.800 miliardi di pound, e la
gran parte di questi soldi approda a Londra.
Qui vengono investiti nell’industria finanziaria o nel mercato immobiliare delle abitazioni di lusso, sempre più fiorente. In pratica ogni giorno vengono immessi nella piazza finanziaria londinese 38,8 milioni di euro di cui è impossibile stabilire con certezza la tracciabilità. Il contatore del denaro sporco o di dubbia provenienza gira a pieno ritmo: 1,6 milioni ogni ora.
Secondo un report realizzato da Deutsche Bank nel 2015, dalla metà degli anni 70 i capitali nascosti arrivati in Gran Bretagna sono ammontati a 133 miliardi di sterline, pari a circa 155 miliardi di euro, l’8% del Pil. Tra il 1993 e il 2005 sono approdati nella capitale britannica 43 miliardi di sterline e altri 93 miliardi hanno fatto il loro ingresso fra il 2006 e il 2015. Il flusso è cresciuto vertiginosamente e negli ultimi cinque anni si è stabilizzato a un ritmo di un miliardo di pound al mese, cioè 1,16 miliardi di euro.

La rete dei paradisi fiscali
Londra, insieme a Wall Street, è il più grande centro finanziario del globo e per questo attrae un’enorme massa giornaliera di capitali leciti e illeciti. Ad aiutarla c’è una complessa ragnatela di territori d’oltremare e di dipendenze della Corona.
Quasi 400 società quotate al London Stock Exchange sono domiciliate in paradisi fiscali legati alla Gran Bretagna: di queste, 129 sono nell’isola di Guernsey e 42 nelle Isole Vergini britanniche. Londra è da tempo un grande hub delle giurisdizioni offshore, al centro di un network di paradisi fiscali composto dalle tre Dipendenze della Corona (Jersey, Guernsey e l’Isola di Man) e dai 14 Territori d’oltremare, sei dei quali sono riconosciuti come paradisi fiscali (Anguilla, Bermuda, Isole Vergini britanniche, Cayman, Gibilterra e le isole Turks e Caicos).
I flussi finanziari che legano gli avamposti offshore con il cuore pulsante della City sono stati analizzati in uno studio commissionato nel 2009 dal Cancelliere dello Scacchiere britannico. Alla fine di giugno di quell’anno – erano le conclusioni del report – i soldi prestati dalle banche britanniche alle entità bancarie e finanziarie domiciliate nelle nove giurisdizioni offshore prese in considerazione erano pari a 413,8 miliardi di dollari, mentre i flussi che dai centri offshore erano confluiti verso la City ammontavano a 670,8 miliardi di dollari. Dunque l’afflusso netto di capitali dalla rete periferica dei paradisi fiscali della Gran Bretagna verso la sua capitale era di 257 miliardi di dollari.
La City, insomma, “pompa” soldi dalla periferia dell’impero e li investe nel “miglio quadrato”. Non ci sono elementi per affermare che dal 2009 le cose siano cambiate. Anzi. Ma quanti di quei soldi siano puliti e quanti sporchi è davvero difficile calcolarlo, anche se le stesse autorità britanniche parlano di centinaia di miliardi di dollari riciclati.
Basta farsi un giro per le zone più ricche della Central London per fotografare il giro di denaro che ruota attorno ai cantieri dei nuovi complessi in costruzione. Si tratta il più delle volte di abitazioni esclusive destinate a una clientela straniera.
A fine 2016 ben 44.022 proprietà londinesi (immobili residenziali e commerciali, visto che il catasto inglese non fa distinzione) erano detenute da 23.653 società estere. Di queste società, 21.444 (91%) sono state registrate in giurisdizioni offshore e in loro possesso ci sono 40.098 proprietà. La maggior parte delle proprietà è a Westminster (31%), seguita dai quartieri londinesi di Kensington e Chelsea (16%), poi Camden, una zona a nord di Londra (5%). A svelare questo scenario è Transparency International Uk, che il 2 dicembre 2016, con Thomson Reuters, ha analizzato il mercato immobiliare londinese con il rapporto «Proprietà a Londra: la meta preferita per i riciclatori – La verità svelata con l’analisi dei dati».

I professionisti fingono di non vedere
Gli agenti immobiliari, che per legge dovrebbero segnalare alla Nca le operazioni sospette, spesso chiudono entrambi gli occhi. «Il motivo è semplice – racconta Rachel Davies di Transparency International Uk -: la commissione media guadagnata sulla vendita di una residenza del valore di un milione di sterline è di 20mila sterline. La multa media che viene comminata agli agenti immobiliari che commettono irregolarità è stata finora di 1.134 sterline. Si capisce bene come, a conti fatti, sia conveniente correre il rischio. Anche perché nel Regno Unito abbiamo ben 27 organismi che dovrebbero sorvegliare il mercato immobiliare e 15 di loro sono in conflitto d’interesse: sono allo stesso tempo sorvegliati e controllori».

Roberto Galullo
Angelo Mincuzzi

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Nonostante la pandemia tante aziende hanno deciso o subìto il lancio di un’Opa che le porterà a ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Peugeot-Citroën ha annunciato di aver parzialmente rimarginato le ferite della prima parte dell’a...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Meno macchine, meno motori termici, e un ritorno al futuro nei modelli. Ecco la ricetta del nuovo am...

Oggi sulla stampa