Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Beni del fallimento, confisca in bilico tra opposte garanzie

Il giudice penale può sequestrare e poi confiscare un bene che già faccia parte dell’attivo di una procedura fallimentare o più in genere di natura concorsuale? Una questione delicata poiché vede contrapposti l’interesse dello Stato alla confisca rispetto alle pretese dei creditori insinuatisi nel fallimento, su cui la giurisprudenza ha dato risposte diverse e contrastanti.

Niente confisca

Il Tribunale di Potenza con la decisione del 18 aprile scorso ha revocato in sede di incidente di esecuzione una confisca disposta con una sentenza passata in giudicato quattro anni prima. E lo ha fatto con il conforto di un precedente della Corte di Cassazione.

Nella vicenda di cui si sono occupati i giudici lucani, nella sentenza di condanna di un imprenditore per reati tributari, emessa nell’ottobre 2015 e divenuta irrevocabile l’anno successivo, era stata disposta la confisca per equivalente, fino a concorrenza dell’imposta evasa, dei suoi depositi bancari e dei titoli.

Alcuni mesi prima della sentenza che disponeva la confisca il Tribunale fallimentare aveva accertato lo stato di insolvenza della ditta individuale facente capo all’imprenditore condannato ed essa era stata sottoposta alla procedura dell’amministrazione straordinaria.

Nel 2019 i commissari straordinari si erano rivolti al giudice dell’esecuzione chiedendo la restituzione dei titoli e delle somme di cui ai depositi bancari per farli confluire nella procedura.

Il Tribunale di Potenza ha accolto la richiesta evidenziando in sostanza che la confisca non doveva essere disposta con la sentenza, la quale era intervenuta diversi mesi dopo l’apertura della procedura di amministrazione straordinaria. Secondo il Tribunale, infatti, il presupposto della confisca è che il condannato abbia la disponibilità dei beni.

Ma se i beni sono già assoggettati a procedura concursuale, tale presupposto non può sussistere perché la dichiarazione di insolvenza comporta il venir meno in capo al fallito del potere di disporre del proprio patrimonio e la gestione transita in capo al curatore.

Sul punto i giudici potentini richiamano la sentenza 45574/2018 della terza sezione della Cassazione che si era espressa in questi termini.

L’orientamento a favore

Non mancano però pronunce opposte. A meno di un anno dopo la sentenza citata dai giudici di Potenza, la quarta sezione della stessa Corte, con la sentenza 7550/2019, non solo ha affermato la legittimità del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente per reati tributari di somme di denaro appartenenti a società fallita, ma ha ritenuto che tale misura potesse essere adottata anche quando le somme risultavano assegnate ai creditori con piano di riparto dichiarato esecutivo ma non ancora eseguito.

Secondo i giudici della quarta sezionei beni del fallito, anche se passano nelle mani del curatore, restano del fallito e sono sequestrabili fino alla materiale consegna ai creditori. Un’interpretazione che riprende i precedenti orientamenti della Cassazione favorevoli alla prevalenza dell’interesse dello Stato alla confisca rispetto alle pretese dei creditori insinuatisi nel fallimento.

Quest’orientamento era stato affermato in più occasioni. In primo luogo, per le ipotesi di confisca diretta o per equivalente del profitto dei reati tributari, prevista dall’articolo 12-bis, comma primo, del Dlgs 74/2000, quando il bene è ricompreso nell’attivo di un concordato preventivo e quindi per l’avvio di questa procedura su di esso vengono fatti valere dei diritti di credito; tuttavia l’obbligatorietà della confisca fa prevalere il vincolo posto dal giudice penale sugli interessi dei creditori (Cassazione 28077/2017).

E, a tale prevalenza della misura ablatoria sugli interessi dei creditori si è fatto riferimento anche per la confisca obbligatoria del profitto o del prezzo del reato, prevista dall’articolo 322 ter del Codice penale per i reati contro la pubblica amministrazione (Cassazione 23907/2016).

Il Codice della crisi

La questione avrà inoltre diversa soluzione con l’entrata in vigore nell’agosto del 2020 del Codice della crisi, dove si stabilisce all’articolo 318 che, dopo la dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale, il sequestro preventivo di beni dell’attivo viene revocato su richiesta del curatore.

 

Giovanbattista Tona

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Le obbligazioni non hanno più alcun rendimento, mentre ormai le Borse hanno ormai alle spalle un ri...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

ROMA — Il piano del governo per salvare le acciaierie di Taranto e le migliaia di posti di lavoro ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Per la Cassazione non rientra tra i contratti «bancari e finanziari». Le controversie derivanti d...

Oggi sulla stampa