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Beni ai soci, serve modello doc

Un modello firmato solo dall’intermediario e non dal contribuente. Nasce l’esigenza di predisporre un modello ad hoc con il quale il contribuente confermi, prima dell’invio, l’effettività dei dati inseriti nell’interesse dell’intermediario. Seppure si tratti solo di una comunicazione, per la quale l’Agenzia delle entrate evidenzia l’inapplicabilità degli obblighi in materia di conservazione dei documenti contabili, al professionista potrebbe essere eccepito, da parte del contribuente, l’invio di dati da quest’ultimo non sottoscritti, con possibile chiamata in causa nell’ipotesi di successivi controlli sulla propria posizione fiscale.

Non è questo, però, l’unico aspetto controverso di un modello privo di adeguate istruzioni ministeriali e che presenta una grave carenza di prassi interpretativa, nonché foriero di potenziali effetti paradossali che potrebbero derivare dall’indicazione dei beni assegnati in godimento ai soci o ai familiari dell’imprenditore, ovvero dall’omesso invio della medesima.

Sintetizziamo, dunque, le principali criticità.

Il dl 138/2011, che ha introdotto l’adempimento attualmente scadente il 12 dicembre, non prevedeva l’obbligo di inviare anche i dati relativi ai finanziamenti e/o capitalizzazioni: il comma 36-sexiesdecies, infatti, si limita a menzionare i dati relativi ai beni concessi in godimento dall’impresa al socio o al familiare dell’imprenditore, né il successivo comma estende l’obbligo ai movimenti finanziari, poiché esso contiene una semplice indicazione di controllo nei confronti di chi utilizza tali beni, tenendo anche conto di eventuali finanziamenti/capitalizzazioni a favore della società senza che, però, sia esplicitamente previsto l’onere, per il contribuente, di comunicare i medesimi.

Dunque, un eccesso di delega che ha contaminato il successivo provvedimento del 16/11/2011, al quale sono succeduti altri tre, di mera proroga e gli ultimi due del 2/8/2013 che si sono occupati dei beni assegnati ai soci (prot. 94902) e dei finanziamenti/capitalizzazioni (prot. 94904), con rinvio della scadenza relativa ai dati dell’anno 2012 al 12/12/2013. Quanto alle circolari interpretative, la n. 24/E/2012 e la n. 36/E/2012 non hanno affrontato, se non marginalmente, il tema di maggior impatto operativo, ossia la rilevanza dei beni «a uso promiscuo» quali le autovetture. Le soluzioni individuate dalle Entrate, relativamente al possibile reddito diverso attribuibile al soggetto utilizzatore che non versa alla società o all’impresa individuale un corrispettivo per l’utilizzo del bene, sembrano ignorare quanto statuito dall’art.164 del Tuir, il quale prevede pesanti ostacoli alla piena deducibilità fiscale, riducendola, salvo specifiche eccezioni, al 20% dei costi di acquisto e d’impiego dei predetti mezzi.

In altri termini, appare una palese forzatura pretendere che, oltre ai limiti assoluti di valore (euro 18.075) e alla forfetizzazione percentuale dello stesso, si pretenda di tassare come «reddito diverso» l’uso privato che è presunto, salvo prova contraria, dalla norma stessa. La norma, infatti, impone anche «l’uso personale» in forza di legge e si pretende che questo debba fornire ulteriore materia imponibile quale, appunto, reddito diverso. Ancora più eclatante appare la mancata espressa previsione dell’irrilevanza, quale reddito diverso in capo all’imprenditore individuale, dell’utilizzo dell’autovettura intestata alla propria attività: è escluso, infatti, nella fattispecie, solo l’obbligo di comunicazione, ma non la possibile emersione del reddito diverso. Queste, invece, le possibili soluzioni al «problema autovetture»: a) per i beni ex art. 164 Tuir, eliminazione di ogni obbligo di comunicazione, poiché il «godimento» extra-aziendale è già presunto per legge, con le conseguenti limitazioni di deducibilità dal reddito; b) se i beni intestati all’impresa sono riservati esclusivamente all’uso personale dei soci o dell’imprenditore i costi devono essere integralmente deducibili; c) in assenza totale di corrispettivo, l’uso esclusivo da parte dei soci o dell’imprenditore determina l’integrale indeducibilità dei costi, poiché difetterebbe il requisito dell’inerenza.

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