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Beni ai soci, assetto variabile

Per i soci delle società di capitali in liquidazione, ovvero per il socio recedente, il reddito derivante dall’assegnazione agevolata di beni costituisce dividendo solo se il valore normale dei beni ricevuti (individuato, a scelta della società, nel valore di mercato o catastale ovvero a un valore intermedio tra i due) eccede il costo fiscale della partecipazione. È quanto emerge dalla lettura combinata delle disposizioni contenute nell’art. 1, commi da 115 a 120, della legge n. 208/2015, e dai chiarimenti forniti dall’Agenzia delle entrate con la circ. n. 26/E del 1° giugno scorso. In linea generale, il regime fiscale in capo al socio assegnatario dei beni dipende dalla tipologia di riserve utilizzate dalla società a fronte della diminuzione patrimoniale necessaria per procedere all’operazione. In particolare:

– se vengono utilizzate riserve di utili, si ha un dividendo (reddito di capitale) in misura pari al valore normale del bene assegnato (valore catastale, di mercato o intermedio), al netto dell’importo su cui la società ha pagato l’imposta sostitutiva (differenza tra il predetto valore del bene e il costo fiscale dello stesso);

– se vengono utilizzate riserve di capitale, gli effetti fiscali si limitano alla riduzione del costo fiscale della partecipazione del socio (prima incrementato dell’importo su cui la società ha pagato l’imposta sostitutiva e poi decurtato del valore normale del bene). Se poi per effetto dell’assegnazione il costo fiscale va «sottozero», tale differenza negativa costituisce dividendo (reddito di capitale).

Ebbene, posto che l’assegnazione agevolata può avvenire anche da parte di una società in liquidazione ovvero in occasione del recesso del socio (come confermato dalla circ. n. 26/E), si pone la questione, in questa particolari fattispecie, di quali siano i riflessi fiscali in capo al socio assegnatario, tenendo conto che l’art. 47, comma 7, del Tuir, nelle ipotesi di recesso o liquidazione della società, qualifica il reddito del socio quale dividendo limitatamente all’importo o, per quel che qui interessa, al valore normale dei beni ricevuti che eccede il costo fiscale della partecipazione, e ciò a prescindere dalla natura delle riserve (di utili o di capitale) utilizzate.

È vero che l’art. 1, comma 118, della legge n. 208/2015 stabilisce che nell’ambito della procedura di assegnazione agevolata dei beni non si applicano le disposizioni di cui all’art. 47, comma 1, secondo periodo, del Tuir, nonché i commi da 5 a 8 del Tuir e che l’ipotesi ora prospettata è disciplinata proprio dal comma 7 dell’art. 47 del Tuir, ove è previsto, appunto, come tassare l’assegnazione di beni in caso di società in liquidazione o recesso del socio, ma è altrettanto vero che la circ. n. 26/E (par. 6) nel confermare la disapplicazione di alcune disposizioni dell’art. 47 del Tuir, tra cui il citato comma 7, precisa che l’obiettivo è di «garantire che non scattino le presunzioni previste dalla stessa disposizione. Ovviamente, tale effetto è limitato alla differenza tra i maggiori valori dei beni assegnati e il loro valore contabile fiscalmente riconosciuto su cui è stata corrisposta l’imposta sostitutiva che si considera prelevata a titolo definitivo».

Ne consegue che proprio il passaggio della circolare ora richiamato conferma che nella determinazione del reddito del socio in sede di liquidazione della società o recesso la disapplicazione dei predetti commi dall’art. 47 è limitata alla non rilevanza dell’importo su cui la società ha pagato l’imposta sostituiva da considerarsi «affrancato» in capo al socio stesso.

D’altro canto tale conclusione ben si concilia con la circostanza che, trattandosi di ipotesi di scioglimento del rapporto sociale (in capo a tutti i soci in caso di liquidazione, ovvero limitatamente al singolo socio in ipotesi di recesso), la partecipazione viene meno e il costo fiscale della stessa assume rilievo ai fini fiscali. Non si vede dunque perché a questa regola di carattere generale dovrebbe farsi eccezione solo in quanto siamo nell’ambito di una assegnazione che si concilia con una ipotesi di agevolazione agevolata.

Sandro Cerato e Lelio Cacciapaglia

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