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Benetton e Agnelli re di dividendi

Passano gli anni, ma i signori della Borsa vivono sempre a Torino. Ci sono state le dot-com, la finanza drogata, ma a sei anni dall’inizio della grande crisi sono gli industriali a comandare la piccola Borsa italiana, schiacciata dalla concorrenza internazionale e dalla Tobin Tax. Le grandi famiglie del capitalismo italiano magari sono costrette a una maggiore attenzione sul fronte delle uscite, ma il flusso delle entrate, quando cala (nel complesso di 90 milioni di euro, da 544.348.566 euro a 454.639.702 euro), è compensato dall’incremento del valore dell’azienda (nel totale da 38,402 miliardi di euro a 53,751 euro).
Almeno, così è stato nel corso dell’ultimo anno. Corriere Economia infatti è andato a fare i conti in tasca a sette dinastie italiane: Agnelli, Benetton, Berlusconi, Pesenti, Tronchetti-Provera, De Benedetti e Caltagirone. Sono stati presi, a base del calcolo, i dati di Borsa del 31 maggio scorso e confrontati con quelli dell’anno precedente. I risultati sono nella tabella di questa pagina, ma servono almeno un paio di avvertenze integrative. La prima riguarda Exor, che paga il dividendo in giugno, ma è già stato considerato. E poi, nell’ultima settimana, ci sono stati due fatti significativi per lo sviluppo futuro proprio di Exor, che ha venduto Sgs, come di Pirelli. In questo caso si tratta del lancio dell’opa su Camfin, che sancirà il divorzio tra i soci Tronchetti-Provera e Malacalza. Entrambi i fatti non hanno avuto riflessi sulla nostra ricerca.
Dividendi
Fiat Auto ha staccato l’ultima cedola il 18 aprile 2011, erano 0,09 euro. Eppure casa Agnelli è ancora tra le regine dei dividendi incassati: 102 milioni finiti alla accomandita Giovanni Agnelli nel 2012, che diventeranno 118,5 quest’anno, non appena Exor pagherà alla famiglia i suoi 28 milioni. Un bel gruzzolo, non c’è che dire. Tanto più che la maggior parte matura non nell’auto bensì in Fiat Industrial, vero cuore pulsante delle attività industriali della Casa, in attesa si compia la rivoluzione copernicana legata all’americana Chrysler.
Nobiltà industriale assai più giovane e con una visione strategica oggi orientata più ai servizi, la numero uno sul fronte dei dividendi incassati è la famiglia Benetton che, delistata l’omonima ammiraglia, è presente in Borsa soprattutto con tre quotate: Gemina, Autogrill e Atlantia. Gemina da anni tiene le casse chiuse, ma i Benetton dall’ex Autostrade, oggi Atlantia, hanno ricavato negli ultimi due anni poco meno di 230 milioni di euro a stagione. Certo, l’ultimo esercizio — a causa della crisi e forse anche della trasformazione societaria annunciata — risente della frenata di Autogrill, ma i Benetton possono consolarsi con un incremento del valore complessivo delle tre società in cui sono impegnati che rasenta il 50 per cento, essendo la capitalizzazione passata da 9 a 13 miliardi.
E Silvio Berlusconi? La grande crisi ha colpito anche lui. Mediaset in rosso per la prima volta nella storia non ha pagato dividendi. Mondadori ha confermato una tendenza di crisi per tutto il mondo dell’editoria, così le uniche cedole arrivate ad Arcore sono quelle maturate con il socio di sempre, Ennio Doris, in Mediolanum. Un importo non indifferente, 46 milioni di euro, ma certo lontano da quando il cavaliere poteva contare sulle grandi annate di raccolta pubblicitaria…
Il più liquido tra i re di Roma, Francesco Gaetano Caltagirone, resiste alla crisi nonostante operi in settori molto provati dalla congiuntura: edilizia ed editoria. Eppure, all’appello mancano solo i dividendi della società editrice (2,8 milioni l’anno scorso), per il resto solo conferme, per lui e per i figli presenti nell’azionariato delle cinque quotate di casa.
I conti pesanti dell’editoria hanno gravato anche su Carlo De Benedetti: il gruppo Editoriale l’Espresso, in cui ha mantenuto l’unica carica realmente operativa, gli ha fatto mancare i 14 milioni incassati un anno fa, Cir e Cofide si sono adeguate.
Marco Tronchetti-Provera ha visto lievitare da 0,27 a 0,32 euro la cedola distribuita dalla «sua» Pirelli & C., ricavandone i proporzionali benefici, ovvero sei milioni e mezzo di dividendi in più rispetto al 2012. E ora che sta partendo l’opa su Camfin, il suo gruppo avrà un profilo diverso nei prossimi mesi. Stretto nella morsa della crisi edilizia anche il gruppo bergamasco della famiglia Pesenti. La prima società italiana nella produzione di cemento, quotata in Borsa dal 1925, ha dovuto dimezzare la cedola a causa della mancata crescita sul mercato interno.
Capitalizzazione
Diverso il bilancio dell’ultimo anno quanto a valorizzazione di Borsa: tutti hanno potuto festeggiare il miglioramento della capitalizzazione. Le aziende valgono di più. C’è chi ha visto aumentare il valore in maniera più contenuta (De Benedetti, da 1.211 a 1.309 milioni), chi in modo più marcato (Berlusconi ha più che raddoppiato, passando da 3,45 miliardi ai 6,92 miliardi), ma molto soddisfazioni hanno dato anche le aziende dei Pesenti, dei Benetton e degli Agnelli, queste ultime in crescita di oltre il 30 per cento.
Quale sarà la situazione fra un anno? Le scelte di politica economica e monetaria sembrano essere diventate il primo fattore industriale da considerare.

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