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«Bene Monti, ma l’Italia chieda lo scudo»

«La situazione resta grave, non vedo svolte all’orizzonte, a questo punto meglio non perdere tempo, l’Italia chieda lo scudo anti-spread firmando con Bruxelles l’impegno a fare le riforme». Il presidente della Confindustria Giorgio Squinzi spiazza il governo, al quale ha regalato peraltro parole di grande elogio — «senza Mario Monti saremmo stati sicuramente peggio» — e invita l’esecutivo a «sottoscrivere un memorandum di intesa, se siamo tutti d’accordo, con la Commissione, scandito da scadenze per verificare i progressi».
Per Squinzi si tratta di un modo pragmatico per «vincolare sia l’attuale governo che il Parlamento e quelli che verranno dopo a fare le cose che servono per far tornare l’Italia a crescere». E siccome queste cose sono le stesse che da anni ci chiedono l’Europa e il Fondo monetario internazionale, tanto vale anticiparle. «Facendo scattare lo scudo anti-spread — precisa Squinzi — avremo tassi di interesse molto più bassi per lo Stato, per le famiglie e le imprese, verranno ridotti i sacrifici e accelerati i tempi di uscita». E continua spiegando che «non possiamo permetterci il lusso di una campagna elettorale piena di promesse che nessuno può mantenere». La perdita di sovranità? Per Squinzi non è un problema e usa la metafora del condominio dove tutti sono tenuti a comportarsi in modo corretto e rispettando il bene comune.
Passano poche ore e direttamente dal ministro del Tesoro Vittorio Grilli arriva la risposta: «Per ora non abbiamo intenzione di chiedere l’attivazione dello scudo». Pur con qualche pennellata di ottimismo, lo scenario dipinto dal rapporto settembrino del Centro studi di Confindustria, resta drammatico: confermato il calo del Pil del 2,4% nel 2012, ma la ripresa si sposta alla fine dell’anno prossimo, anno in cui i posti di lavoro perduti dall’inizio della crisi saliranno a 1,5 milioni mentre il tasso di disoccupazione andrà al 12,1%. Fino a oggi le conseguenze della crisi sul Pil (-6,9% dal picco), dice Confindustria, «risultano di entità superiore a quella degli effetti della Prima guerra mondiale».
Lo spread della produttività con la Germania si è allargato in questi ultimi tre lustri a 30 punti. Per Fulvio Conti, il vicepresidente confindustriale con la delega all’Ufficio studi, sono «cifre che non si riscontrano fin dal Dopoguerra». Ma nel rapporto si parla anche della certezza che presto prevarranno «le ragioni della minor avversione al rischio» e di un «ritorno della fiducia». I segnali ci sono come i dati «impressionanti» del risanamento con il pareggio di bilancio già realtà dall’anno prossimo. Per Conti — ma poi lo dirà anche Squinzi — grazie «ai due Super Mario (Monti e Draghi, ndr) stiamo riuscendo nella manovra di risanamento dell’Italia e dell’area europea».
Anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, intervenendo a un convegno all’Università Roma 3, ha convenuto con quanto detto dal premier l’altro giorno: «Era prevedibile che le riforme riducessero il Pil, ma erano necessarie per la stabilità». Adesso bisogna rilanciare la crescita. Ma «avere più produttività — dice Visco — non significa far correre di più i lavoratori, ma agire su tutti i fattori, come la legalità, il capitale umano ed eliminare lacci e lacciuoli». Anche Confindustria insiste sulla crescita. C’è molto da recuperare. «Il Pil per abitante è ai minimi dal 1997 in valore assoluto — dice Squinzi attingendo dalla relazione preparata dal responsabile del Centro studi Luca Paolazzi — cioè, mettendo in fila gli anni della crescita bassa e nulla con quelli del brusco arretramento, siamo fermi da 16 anni». Mentre nello stesso periodo, rispetto al resto dell’eurozona, il Pil per abitante è aumentato di quasi il 19%, è come se gli italiani avessero rinunciato a oltre 4.200 euro all’anno a testa».
Con il ricorso allo scudo anti-spread, Squinzi è convinto che la strada per la crescita si possa accorciare. «Certo in gioco ci sono tanti fattori, tante opinioni e interessi diversi — continua il numero uno degli imprenditori — e tutti legittimi ma a un certo punto bisogna tirare una riga e decidere». Per Squinzi «questa crisi, la più violenta dal Dopoguerra, ci ha messo di fronte a noi stessi e ai nostri difetti e non ci lascia scelte: o cambiamo o ci condanniamo al declino».

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