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Bene i mercati ma i rischi salgono

Il fatto che Wall Street e le Borse mondiali a caldo abbiano reagito bene alle elezioni di metà mandato statunitensi, semplicemente perché il risultato uscito dalle urne era quello atteso, non ha un grande significato. I rialzi di ieri dei listini (+1,42% a Milano, +0,83% a Francoforte e oltre l’1% a Wall Street) non indicano un trend. Ma solo un rimbalzo su una notizia già scontata. La realtà è invece un’altra: la mezza sconfitta di Donald Trump rischia di aggiungere un ulteriore elemento incertezza sui mercati finanziari nel medio termine. Potenzialmente elimina infatti uno dei “pilastri” che dal 2017 avevano guidato al rialzo Wall Street: i super-stimoli fiscali voluti dal Presidente Usa.
Se questo sia negativo o positivo per le Borse è tema di dibattito tra gli economisti. Le opinioni divergono. Ma una cosa è certa: questo è l’ennesimo “pilastro” a venire potenzialmente meno. Buona parte della narrazione che ha guidato al rialzo Wall Street e le Borse globali negli ultimi anni (politiche monetarie ultraespansive, tassi a zero, utili in aumento, crescita economica sincronizzata globale) sta infatti venendo meno. Lo scenario globale sta cambiando. Così, dopo il crollo di ottobre sul 62% dei mercati finanziari globali (secondo Deutsche Bank una debàcle del genere non si vedeva dal 1992), in tanti si chiedono se sia la fine del lungo ciclo positivo. In generale gli economisti ritengono che non sia ancora così, ma i rischi crescono. E l’Italia, in questo momento cruciale, rischia di essere il vaso di coccio.
Trump dimezzato
Il Parlamento spaccato in due negli Stati Uniti cambia di certo gli equilibri politici degli ultimi due anni. La prima politica che dovrebbe farne le spese è quella fiscale: difficilmente Trump potrà portare avanti ulteriori stimoli fiscali. Il turbo che nel 2017 ha guidato Wall Street al rialzo esce dunque indebolito dalle urne. Che impatto questo possa avere sulla crescita economica Usa, sugli utili aziendali e su Wall Street è oggetto di opinioni discordanti tra gli economisti. Qualcuno ritiene che peserà. Qualcun altro invece ritiene che in fondo sia positivo: perché se Trump avesse varato ulteriori stimoli fiscali, avrebbe surriscaldato troppo l’economia Usa. La pensa così Andrea Delitala di Pictet Am: «Un’ulteriore spinta fiscale avrebbe creato più inflazione che crescita e questo avrebbe costretto la Fed ad essere più aggressiva nel rialzo dei tassi -. osserva -. Ora invece avremo un policy mix più efficiente». Questo non cambia però il fatto che uno dei “pilastri” che hanno sostenuto Wall Street nel recente passato ora appartiene solo al passato. Aumentando l’incertezza sul futuro.
La svolta della banche centrali
Se anche la Fed diventasse davvero meno aggressiva (cosa che per ora non è attesa, dato che i futures sui tassi Usa continuano a scontare un rialzo a dicembre e due nel 2019), resta il fatto che la Banca centrale Usa e tutte le altre nel 2019 saranno meno accomodanti di un tempo. A prescindere da Trump. Così il grande “pilastro” che ha sostenuto tutti i mercati negli ultimi anni, cioè l’espansione della liquidità globale, l’anno prossimo sarà in ogni caso più debole: se nel 2017 le banche centrali hanno iniettato in totale 2.600 miliardi di dollari e nel 2018 pur sempre 710 miliardi, nel 2019 si fermeranno a 40. Ed escludendo la Banca centrale cinese, si arriverà a -80 miliardi. Un cambio epocale. Per i mercati è un rischio nuovo: sia per quelli obbligazionari (con tassi in aumento e prezzi in calo), sia per quelli azionari (ogni volta che i rendimenti dei titoli di Stato Usa salgono, tolgono appeal alle azioni).
La crescita rallenta
Tutto questo (insieme alle mille altre incertezze) sta pesando sulla crescita economica globale. Così anche il “pilastro” che aveva creato ottimismo sui mercati nel 2017 e in parte nel 2018 (la crescita economica sincronizzata), rischia di sgretolarsi. Nessuno prevede una frenata significativa dell’economia globale (né tantomeno di quella Usa), ma una perdita di smalto sì. Che impatto avrà questo sugli utili aziendali? L’attesa è per una frenata, anche negli Usa. Questo è un problema per Wall Street, anche se dopo la caduta di ottobre i prezzi delle azioni sono tornati più convenienti rispetto agli utili (P/e). In questo contesto le elezioni Usa potrebbero avere un ruolo: se Trump ora farà più fatica a giocare la sua partita in campo economico, potrebbe concentrare gli sforzi su quello internazionale dove ha mano più libera. Il pensiero va subito alla guerra commerciale con la Cina: il “dimezzamento” del presidente potrebbe spingerlo a maggiore aggressività o a più miti consigli? Nessuno ha la risposta. Di sicuro è un altro elemento di incertezza.
L’Europa e l’Italia
C’è poi la situazione italiana. Ieri, nonostante lo scontro con Bruxelles, il rimbalzo globale ha esteso i suoi benefici anche ai nostri BTp: lo spread sui Bund è così sceso a 290 punti base. C’è chi – come Antonio Cesarano di Intermonte – ritiene che lo spread possa scendere ancora, dato che i tempi lunghi dell’iter per la procedura di infrazione Ue potrebbero spostare il focus degli investitori fuori dall’Italia per un po’. Ma i benefici sarebbero comunque di breve periodo: il problema vero è che l’incertezza politica in Italia sta minando la fiducia sui mercati e sull’economia. E dato che la fiducia è il motore di entrambi, i contraccolpi possono prima o poi farsi sentire. Questo, insieme a Brexit, è un ulteriore elemento che potrebbe pesare sulla crescita europea. E sui mercati.

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