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«Bene la crescita, meno l’inflazione»

L’economia dell’Eurozona va meglio, l’inflazione non ancora. Il consiglio della Banca centrale europea ha lasciato invariata la politica monetaria nella sua riunione di ieri e il suo presidente Mario Draghi ha concesso un solo cambiamento alla comunicazione, rilevando che i rischi per la crescita, derivanti soprattutto da fattori globali, restano orientati al ribasso «ma si stanno muovendo verso l’equilibrio». E ha dribblato ogni commento sulle presidenziali francesi, sostenendo che la Bce «non fa la politica monetaria sulla base dei probabili risultati elettorali», pur riconoscendo che tiene d’occhio gli effetti dell’incertezza politica sulle prospettive economiche.
«L’economia sta migliorando, le cose vanno meglio», ha detto Draghi, definendo la ripresa «sempre più solida» e più diffusa. Ha ammesso che in consiglio alcuni erano più ottimisti (il membro del comitato esecutivo Benoit Coeuré ha detto la settimana scorsa a New York di ritenere i rischi «in equilibrio»), altri per mantenere anche la comunicazione invariata. La formula scelta è stata concordata all’unanimità. Per ora, la Bce mantiene il suo piano di acquistare 60 milioni di euro di titoli fino a fine anno, i tassi d’interesse ai livelli attuali «o più bassi» fino a ben dopo la conclusione del Qe e non cambia la sua “forward guidance”, le indicazioni sul futuro della politica monetaria. L’euro si è indebolito sul dollaro a 1,0866. Draghi non ha ovviamente preso nessun impegno per la riunione di giugno, quando, con la pubblicazione delle nuove previsioni che dovrebbero indicare una continuazione della ripresa, i mercati si aspettano che la Bce modifichi il suo messaggio in senso più positivo, in modo da arrivare a settembre a un annuncio su quel che farà nel 2018. Dell’uscita dalla politica monetaria espansiva non si è ancora parlato, ha sostenuto Draghi. Lo stimolo resta necessario per avviarsi verso l’obiettivo di inflazione di avvicinarsi al 2%.
Tutta la discussione è stata sulla crescita, non sull’inflazione, ha detto: quest’ultima continua a essere condizionata dall’andamento del petrolio e degli alimentari e può salire in aprile (il dato preliminare sulla Germania, pubblicato ieri, è rimbalzato al 2%, quello dell’Eurozona uscirà oggi, ma entrambi dipendono soprattutto da fattori statistici) per poi restare attorno agli attuali livelli per il resto dell’anno, ma quella di fondo, depurata di questi elementi, resta fiacca. C’è qualche timido segnale sui prezzi alla produzione, ma scarso movimento sui salari. La Bce continua a «guardare al di là» delle oscillazioni temporanee. «La Bce – sostiene Lena Komileva, di G+ Economics – ha una visione agnostica del legame tra crescita e inflazione». Secondo Joerg Kraemer, capo economista di Commerzbank, l’inflazione di fondo è improbabile che cresca quanto i mercati si aspettano e quindi anche l’anno prossimo non c’è da attendersi un rialzo dei tassi, che invece la maggior parte degli osservatori di mercato prevede nella seconda metà del 2018. Il fatto che Draghi abbia ribadito ancora una volta che la sequenza preferita dalla Bce è prima la conclusione del Qe, poi il rialzo dei tassi, fa pensare che «non è scolpita nella roccia – dice Marco Valli, di UniCredit – ma gli ostacoli perché si determini un cambiamento sono piuttosto alti».
Fra le fragilità dell’Eurozona, Draghi ha indicato ancora una volta la situazione delle banche e in particolare la questione dei crediti deteriorati, anche se non ha fatto alcun riferimento all’Italia, dove il problema è più acuto. Nei Paesi alle prese con questo problema, ha detto, il credito non cresce come dovrebbe.
Quanto alle questioni politiche, ha fatto un abile slalom fra le domande, rispondendo indirettamente solo a chi gli chiedeva delle critiche espresse dal ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble alla Bce: «È ironico – ha detto – che questi commenti giungano da chi, da sempre, difende l’indipendenza della Banca centrale». Per il resto, ha evitato ogni riferimento alla contesa fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen in Francia del 7 maggio prossimo, affermando che «in consiglio parliamo di politiche, non di politica», ma ha voluto sottolineare che il sostegno all’euro resta alto, attorno al 70%, in tutta l’Eurozona e sopra il 50% in tutti i Paesi membri. Ha osservato però che sarebbe sbagliato sottovalutare il malessere sociale oggi prevalente. Ha anche definito «prematuro» prendere decisioni sulla base delle future politiche dell’amministrazione Trump, sulle quali ammette di non aver proprio le idee più chiare anche dopo la settimana passata alle riunioni del Fondo monetario a Washington. L’altra questione geopolitica che più attrae l’attenzione di Francoforte sono gli sviluppi di Brexit. Non pensiamo, ha detto Draghi, che le conseguenze siano già superate, anche se dipenderanno da modi e tempi del negoziato per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea e possono avere un impatto sull’Eurozona soprattutto attraverso i canali commerciali.

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