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«Bene gli impegni, ma crescita troppo lenta»

L’Italia cresce meno degli altri 27 Paesi dell’Ue, tutti in positivo per la prima volta dopo 10 anni sulla scia del contesto favorevole con tassi d’interesse minimi, stimoli della Bce di Mario Draghi, euro debole e bassi prezzi del petrolio. Il commissario per gli Affari economici, il socialista francese Pierre Moscovici, ha presentato le Previsioni d’inverno della Commissione europea a Bruxelles esponendo una mappa dove la penisola italiana era indicata con il colore più scuro in quanto unico Stato con ripresa sotto l’1% del Pil, rispetto agli altri vicini a 2%, 3% e 4%. La crescita è stimata 0,9% nel 2016 e nel 2017, 1,1% nel 2018. Moscovici ha aggiunto «rischi al ribasso» per l’Italia, provocati dal sistema bancario con ingenti crediti deteriorati e da «instabilità politica», che non ha collegato ai contrasti poi confermati nella direzione del Pd. Ha specificato di riferirsi al «populismo», che punta a far «uscire dall’Ue e dall’euro», definendolo «assurdo e pericoloso». La Lega Nord, alleata in Europa con l’euroscettica francese Marine Le Pen, ha contestato questa interferenza nella politica interna da parte di un commissario, che dovrebbe mostrarsi indipendente.

Pesante resta il maxi debito italiano, che ha continuato a salire con i governi di Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan fino al 132,8% del Pil nel 2016 ed è stimato nel 2017 al 133,3% e nel 2018 al 133,2% anche a causa delle «risorse addizionali pubbliche per sostenere il settore bancario e i piccoli investitori». Moscovici ha annunciato l’atteso rapporto della Commissione sulla sostenibilità del debito italiano «nelle prossime settimane».

Il deficit dell’Italia scende nel 2016 a 2,3% (da 2,6%) per risalire a 2,4% l’anno prossimo e a 2,6% nel 2018. La disoccupazione “resta alta” nel 2016 (11,7%), quest’anno (11,6%) e il prossimo (11,4%), mentre è stimata in miglioramento la media nel biennio della zona euro (9,6% e 9,1%) e dell’Ue (8,1%-7,8%). L’occupazione “rallenta” rispetto ai due anni precedenti per «la fine degli incentivi fiscali per le nuove assunzioni».

Questi dati preoccupanti hanno convinto la Commissione Juncker a ribadire la richiesta di una correzione di almeno 0,2% del Pil «entro aprile prossimo». Ma non viene minacciata una procedura d’infrazione sanzionatoria, che potrebbe colpire la credibilità del governo e aggravare la spesa per interessi. Moscovici, che è più disponibile sulla flessibilità di bilancio rispetto ai commissari europopolari di Paesi del Nord, ha avvalorato l’impegno generico di Padoan a tagli per lo 0,2%. Ha aperto alla trattativa e ha smentito “ultimatum” o altre drammatizzazioni imminenti ipotizzate da alcuni giornali italiani. Il vicepresidente europopolare della Commissione, il lettone Valdis Dombrovskis, si è limitato a esortare i Paesi con debito e deficit eccessivi a impegnarsi «nello sforzo di ridurli per diventare più resistenti agli shock economici» perché gli stimoli della Bce non possono «durare per sempre».

La Commissione appare consapevole che le elezioni in Olanda, Francia, Germania e (forse) in Italia consigliano prudenza nelle sue valutazioni dei conti pubblici nazionali. Anche perché di fatto poi decidono tutto i governi attraverso i ministri finanziari dell’Eurogruppo/Ecofin (la prossima riunione il 20 e 21 febbraio). I surplus commerciali eccessivi della Germania, stimati 8,7% del Pil nel 2016 e sopra l’8% nel prossimo biennio, potrebbero favorire flessibilità sul debito italiano e sui deficit della Francia. A Berlino e a L’Aja potrebbero accontentarsi di richiami Ue formali per fini elettorali interni. C’è già da risolvere l’ennesimo freno al salvataggio della Grecia, provocato dai contrasti tra Ue e Fondo monetario.

Ivo Caizzi

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