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Belgio e Irlanda: tanto debito, tassi bassi

Il Belgio ha un debito pubblico di dimensioni quasi italiane: 100,5% del Pil nel 2012. Ha un deficit di bilancio maggiore: 3%, contro il nostro 2% stimato per il 2012 dalla Commissione europea. Eppure mentre noi soffochiamo con tassi d’interesse sul debito pubblico troppo elevati, i titoli di Stato di durata biennale del Belgio pagano rendimenti quasi a zero. Insomma: i nostri BTp biennali devono offrire il 4,67% per convincere qualcuno a comprarli, mentre i titoli belgi vengono acquistati come se fossero d’oro anche se danno noccioline al posto degli interessi. Eppure, guardando i fondamentali economici, questa differenza è ingiustificata: perché se l’Italia ha un problema di debito pubblico, anche il Belgio non se la passa bene.
E che dire dell’Irlanda? È stato il secondo Paese europeo a necessitare di aiuti internazionali, ma oggi sui mercati i suoi titoli di Stato hanno rendimenti inferiori a quelli dei BTp italiani. Eppure il Paese ha un deficit di bilancio dell’8,6% (quattro volte più di quello italiano) e un debito pubblico pari al 116% del Pil. Per non parlare di Germania, Finlandia, Austria e Olanda: i loro titoli di Stato brevi hanno o avevano nei giorni scorsi addirittura rendimenti negativi. Questo significa che gli investitori in fuga dai mali europei pagano pur di acquistare il debito di questi Stati che – fino a prova contraria – sono anch’essi europei. E anche la stessa Francia profuma di “miracolo”: un anno fa era sotto l’occhio del ciclone, e ora anche Parigi può vantare tassi a breve scadenza intorno a zero.
Non servono occhi esperti per capirlo: i mercati obbligazionari stanno decretando la vita di alcuni Stati e la morte di altri. Stanno spaccando in due l’Europa. Può sembrare un paradosso, un’ingiustizia. Di certo queste differenze sui mercati sono esagerate. Eppure, sotto sotto, hanno tutte una spiegazione. Basta guardare i casi di Belgio e Irlanda per capirlo.
I flussi che premiano il Belgio
Il motivo principale per cui i titoli di Stato di alcuni Paesi pagano tassi a zero, o addirittura sotto, è legato ovviamente alla grande incertezza. Di fronte a un’Europa incapace di decidere e nell’eventualità che dall’euro si torni alle valute nazionali, molti investitori preferiscono mettere i capitali su Paesi solidi come la Germania o la Finlandia che – un giorno – potrebbero avere valute forti. Il che è perfettamente razionale. Ma questo ragionamento, chiamato in gergo «flight to quality», spiega solo in parte i rendimenti sotto zero. E non giustifica affatto il “miracolo” (o paradosso) del Belgio. Né quello dell’Irlanda.
Infatti esistono ragioni ancora più strutturali. Una, secondo molti economisti, è decisiva: il movimento dei capitali. Che premia alcuni Paesi per un motivo molto semplice: la bilancia tra i loro investimenti finanziari all’estero e gli investimenti esteri nei loro Paesi è positiva. È il caso proprio del Belgio. Secondo i dati della Commissione europea, nel 2011 la posizione di investimento netta del Belgio è positiva per una cifra pari al 62,5% del Pil. Questo significa che l’afflusso di capitali verso il Belgio supera il deflusso. Morale: più capitali entrano (al netto delle uscite) e gli acquisti di titoli di Stato aumentano.
L’esempio opposto è quello della Spagna: la sua posizione di investimento netta sull’estero è svantaggiosa per una cifra pari al 92% del Pil. In Italia per una cifra pari al 21,8% del Pil. «Questo fa la differenza nei momenti di stress sui mercati – osserva Luca Mezzomo di Intesa Sanpaolo –. Perché in Italia e Spagna la fuoriuscita dei capitali non è compensata dall’ingresso di altri, mentre in Belgio accade il contrario». Questi numeri dimostrano il sintomo, cioè il movimento dei capitali, ma non le ragioni strutturali. Compito di economisti e politici è capire i motivi per cui esistono squilibri di questo tipo e correggerli.
Il miracolo irlandese
Anche Dublino è stata oltremodo premiata dai mercati. Esattamente un anno fa, nel luglio del 2011, i suoi titoli di Stato decennali erano costretti a pagare sul mercato rendimenti del 14,8%. Ora risultano scesi al 5,9%. Insomma: l’Irlanda paga oggi tassi inferiori a quelli italiani. Eppure, come detto, i conti pubblici stanno peggio. E anche la posizione di investimento netta è penalizzante per l’Irlanda, molto più che per l’Italia. Come si spiega dunque il miracolo irlandese?
I motivi sono altri, rispetto per esempio a quelli del Belgio. Innanzitutto Dublino (salvata anche con capitali britannici), ancora non deve raccogliere fondi a medio-lungo termine sui mercati. Insomma: l’Irlanda è “esente” per ora dalle aste di titoli di Stato, che invece tanto pesano a Italia e Spagna. Questo la toglie, per ora, dalle turbolenze dei mercati. Inoltre Dublino, per il secondo anno di fila, sta rispettando gli impegni presi con Europa e Fondo monetario: questo mette al riparo l’Irlanda (rispetto per esempio alla Grecia) da voltafaccia dei creditori internazionali. Inoltre i dati di bilancio pubblico, sebbene ancora pesanti, sono stabili e anzi in miglioramento.
Ma il vero punto di forza è un altro. L’Irlanda ha qualcosa che Spagna e Italia non hanno: la crescita del Pil, attesa all’1,3% quest’anno e al 2,4% nel 2013. Da un lato perché – caso unico per un Paese salvato – all’Irlanda è stato permesso di mantenere i vantaggi fiscali per le imprese: a Dublino la tassazione sulle aziende è infatti ferma al 12,5%, mentre in Italia c’è il Fisco più pesante al mondo. Ovvio che per l’Irlanda sia più facile attirare business. Lo dimostra anche la classifica della Banca Mondiale sui Paesi in cui è più facile creare imprese: l’Irlanda è al decimo posto, mentre l’Italia all’ottantasettesimo. L’Irlanda è anche molto più orientata verso l’export e ha un’economia molto più aperta. Anche questo fa viaggiare il Pil. Infine l’Irlanda ha un partner in più: la Gran Bretagna. Insomma: i motivi possono essere tecnici o strutturali, economici o finanziari. Sta di fatto che l’Europa sui mercati è già divisa.

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