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«Bei più forte contro la crisi»

«La crescita della Bei è avvenuta nei boschi del Lussemburgo, passando quasi inosservata agli occhi della popolazione europea. Ora la Bei è più grande della Banca mondiale e gli europei si stanno rendendo conto del nostro ruolo chiave. L’aumento del capitale paid-in deciso lo scorso giugno dai capi di Stato e di governo dei 27 ci consentirà l’anno prossimo di aumentare la nostra attività di più del 40%, portando da 50 a 70 miliardi gli investimenti annui attesi. Ci concentreremo sulle piccole e medie imprese che hanno limitato accesso al credito – e le Pmi italiane sono tra le più dinamiche – e sul finanziamento a lungo termine dei progetti infrastrutturali dove la partecipazione delle banche e del denaro pubblico è sempre più limitata. Ma la grande sfida dell’Europa e dell’Italia sarà quella di non perdere terreno nella concorrenza su scala globale: e per questo dovranno aumentare, e molto, gli investimenti nell’innovazione, nell’alta tecnologia, nella ricerca e sviluppo, nell’istruzione più in generale».
È così che il presidente della Banca europea per gli investimenti Werner Hoyer, tedesco classe 1951, guarda al futuro, nella piena consapevolezza delle enormi sfide che attendono la sua banca, l’Europa e anche l’Italia della quale «ammira profondamente il programma di notevole spessore delle riforme intrapreso in questo momento». Hoyer si trovava a Milano ieri in occasione del lancio del Centro euro-mediterraneo per lo sviluppo delle micro, piccole e medie imprese, iniziativa promossa da Promos-Camera di Commercio di Milano, realizzata con il sostegno del Governo italiano e della Bei, della Commissione europea e del Segretariato dell’Unione per il Mediterraneo.
La crisi dell’euro e della finanza è molto complessa e impone cambiamenti strutturali importanti, senza precedenti, alle istituzioni e alle banche europee. Cambierà anche la Bei? Come?
La Bei è una delle istituzioni europee chiamate ad affrontare questa crisi. Ogni istituzione dovrà fare la sua parte, concentrandosi sulle sue competenze più specifiche e punti di forza, e tutte insieme dovranno coordinarsi al meglio. Le aspettative sulla Bei sono molto alte, ne sono consapevole, noi possiamo sicuramente contribuire a mitigare i problemi ma non siamo la soluzione. Noi abbiamo un ruolo: canalizzare il denaro per finanziare progetti di lungo termine nell’economia reale, progetti che siano “bancabili” cioè di grande qualità. Questa è la chiave del nostro successo…
La Bei conserva il rating AAA che è una rarità di questi tempi: su un portafoglio di oltre 480 miliardi di finanziamenti in essere il tasso delle perdite è vicino allo 0 per cento. Il contesto nel quale vi muovete però è sempre più a rischio…
Il volume dei nostri investimenti aumenterà molto, ma ci sono limiti anche in questo. Noi continueremo a finanziare solo progetti bancabili di alta qualità perché va ricordato che la Bei si deve finanziare sul mercato dei capitali, non riceviamo contributi pubblici. L’anno scorso abbiamo raccolto 76 miliardi e in prospettiva aumenteremo la raccolta. I mercati, gli investitori, dovranno avere fiducia sulla solidità della nostra istituzione che è affidabile, è una AAA. In questo l’aumento di capitale ci aiuta molto perché, oltre ad aver potenziato la nostra capacità di erogare, più di ogni altra cosa ha dato ai mercati un segnale molto, molto forte dell’impegno confermato dei nostri azionisti, che sono i 27 stati europei. La Bei non è la banca dell’Eurozona o dei 17, ma è la banca dell’Unione europea dei 27 e noi dobbiamo operare nei 27 paesi nostri azionisti.
La Bei farà di più per le Pmi, e continuerà a fare molto per le Pmi italiane. Le imprese italiane però stentano ad avere accesso al credito bancario perché spesso sono troppo piccole o con patrimonio sottodimensionato. Queste caratterische pongono un problema anche alla Bei?
Le Pmi sono un atout dell’Italia, non sono un problema. Le Pmi italiane sono e restano anche con la crisi attuale tra le più dinamiche in Europa: il 25% dei prestiti Bei assegnati alle piccole e medie imprese va all’Italia. L’Italia è come il mio paese, la Germania: ha qualche grande conglomerato, ma la spina dorsale del paese restano le Pmi. Siamo però anche noi consapevoli del fatto che le piccole e medie imprese devono crescere in dimensioni e rafforzarsi patrimonialmente. Per questa ragione anche attraverso il Fondo europeo per gli investimenti Fei, controllato dalla Bei, siamo attivi anche negli investimenti equity nelle Pmi. E sotto la guida di Dario Scannapieco, il Fei verrà ulteriormente sviluppato.
Quali sono i settori dove secondo lei l’Italia deve impegnarsi di più per uscire dalla crisi?
L’Italia non è da sola ad affrontare questa crisi, non è un caso unico. Ma se fossi un imprenditore mi dovrei confrontare in alcuni Stati membri con la lentezza della burocrazia e dell’apparato giudiziario e queste sono le riforme dove non si può far altro che augurarsi che anche l’Italia continui coraggiosamente nel suo cammino. In aggiunta l’Italia, come tutta l’Europa, deve concentrarsi sulla sfida della concorrenza su scala globale. E a questo riguardo non mi stancherò mai di ripetere che bisogna investire di più nel mondo accademico, della scienza e della tecnologia, nell’innovazione e nell’istruzione.
In Europa è esploso il dibattito sul Budget che dovrà essere aumentato. Che possiamo aspettarci?
Non è solo una questione di dimensioni. E per l’Europa sarà importante capire come e dove verranno spesi i soldi. La banda larga, le grandi opere infrastrutturali dei trasporti, l’energia: anche la Bei può fare molto in questi campi, ma sempre dando priorità alla qualità dei progetti. Noi monitoriamo da vicino tutti i nostri finanziamenti, fino al loro ultimo giorno da un profilo sociale, economico e tecnico. E questo richiede grandi sforzi in termini di competenze e risorse.

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