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Bce: i tassi negativi sul sistema hanno effetti e rischi «moderati»

I tassi di interesse negativi mettono davvero a rischio le banche dell’Eurozona? Provate a fare una domanda simile a un tedesco e riceverete quasi sicuramente una risposta affermativa, mentre un banchiere italiano potrebbe essere più possibilista. Sul tema, particolarmente spinoso a livello politico, non esiste in effetti una visione unitaria e anche la Bce si trincera dietro un diplomatico «dipende». Così almeno spiegano Federico Nucera, Andre Lucas, Julia Schaumburg, Bernd Schwaab, analisti dello staff dell’Eurotower che alcuni giorni fa hanno analizzato a fondo il problema, giungendo alla conclusione che l’impatto è sì «moderato», ma che varia in base ai differenti modelli di business adottati dalle singole banche.
Lo studio, intitolato per l’appunto «I tassi di interesse negativi rendono le banche meno sicure?», si basa sull’effetto che hanno avuto tre tagli successivi di 10 punti base del tasso sui depositi operati dalla Bce fra il giugno del 2014 e il dicembre del 2015 su 111 banche dell’Eurosistema (44 delle quali quotate in Borsa). Gli istituti di credito sono stati sottoposti a una sorta di stress test che prevede un crollo degli indici azionari mondiali del 40% nell’arco di sei mesi per giungere proprio alla conclusione «l’impatto è di ampiezza relativamente ridotta» e che, anzi, è tutt’altro che univoco.
Le banche che hanno fonti di redditività diversificate sono infatti percepite come meno rischiose dal mercato e addirittura «sembrano avere tratto beneficio in termini netti dai tassi negativi».
A questa specie, secondo la classificazione attuata dagli analisti Bce, appartengono i grandi gruppi, inclusi quelli di importanza sistemica (le cosiddette «G-Sib») che valgono il 15,3% del campione esaminato, ma una considerazione analoga si può fare anche per quella fetta di banche che trae la maggior parte dei ricavi dalle commissioni (16,2% del totale).
Al contrario, a soffrire in maggior misura è chi è più focalizzato sul corporate e che ha una quota di prestiti alla clientela retail inferiore al 20% perché fa più affidamento sul margine netto di interesse che, come è noto, subisce la pressione dei tassi negativi. Al pari di queste figurano le banche di taglia più piccola e legate ad attività tradizionali, in particolare quelle realtà locali (incluse le banche di credito cooperativo) che non sono in grado di diversificare il business in modo sufficientemente efficace.
Non sembra esserci dunque molto di sorprendente nei risultati dell’analisi condotta a livello accademico dagli economisti Bce, che in fin dei conti fornisce supporto al Consiglio e alle politiche non convenzionali adottate per fronteggiare la crisi finanziaria e il rischio deflazione. Proprio ieri, a questo proposito, il vicepresidente Vitor Constancio si è detto «felice» dell’esperienza dei tassi negativi e convinto che «l’evidenza finora accumulata dimostra che gli effetti negativi di questa politica sono stati dominati dai lati positivi, mostrando che si tratta di un nuovo strumento che le Banche centrali possono utilizzare in circostanze eccezionali». In pratica una promozione senza riserve, in barba alle lamentele tedesche.

Maximilian Cellino

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