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Bce pronta alla mini svolta, pur restando super accomodante

La Bce ha messo in campo talmente tanti strumenti di politica monetaria per realizzare il suo ampio accomodamento, miscelando misure standard ed eccezionali in un mix che non ha eguali nel panorama mondiale delle banche centrali, che pur se dovesse ridurre lievemente l’intervento attivato per la sola pandemia, il Pepp, ebbene il mercato non avrà ragione né modo di entrare in fibrillazione, non potrà reagire bruscamente come accadde per il tapering della Federal Reserve nel 2013. Portare il Pepp da 80 a 70 o 65 miliardi di acquisti netti mensili non è tapering, non è l’inizio dello smantellamento della politica monetaria accomodante. L’allentamento serve e resta, con o senza Pepp.

«Niente panico, siamo la Bce»: questo sarà il messaggio oggi della presidente Christine Lagarde, se dovesse essere chiamata a spiegare perché il Consiglio direttivo ha deciso di ridurre il ritmo degli acquisti del Pepp. La banca centrale europea sta usando in contemporanea due programmi QE, prestiti mirati straordinari per 2.300 miliardi che finanziano le banche a -1%, tassi di riferimento ultra negativi, forward guidance prudentemente costruita incastrando diverse rilevazioni sull’andamento dell’inflazione. Cancellare il termine «significativamente» dal Pepp non è tapering.

Così la Bce sta portando per mano i mercati all’appuntamento di oggi, un Consiglio direttivo che sarà dedicato al da farsi per il solo programma pandemico Pepp, lasciando invariato App al ritmo di 20 miliardi al mese, TLTROs, forward guidance, tassi.

Qualsiasi decisione in Bce oggi dovrà ricadere dentro la cornice delle nuove proiezioni su crescita e inflazione, che sono attese al rialzo nell’area dell’euro (ma con un’inflazione sul medio termine nel 2023 ancora lontana dal target del 2%), e da una lettura senza allarmismi dell’impatto della variante Delta, dei no-vax, dei colli di bottiglia. Se la posizione dei falchi – che svolazzando in una Bce accomodante da anni hanno artigli poco affilati – dovesse prevalere, la Bce potrebbe decidere di ridurre gli acquisti del Pepp a piccolissimi passi, un ritmo «più elevato rispetto ai primi mesi di quest’anno» (non più significativamente). Gli acquisti hanno una media di 18 miliardi a settimana, attorno agli 80 miliardi al mese che è il picco (65 miliardi di acquisti netti ad agosto sono in linea con il calo delle emissioni nette agostane). Resta da vedere, inoltre, se il ritorno a un ritmo più normale (senza indicare un ammontare preciso, potrebbe assestarsi attorno ai 70-65 miliardi mensili) scatterà già nell’ultimo trimestre dell’anno o all’inizio del nuovo anno.

Se la Bce dovesse mantenere il ritmo dei 80 miliardi circa al mese fino alla fine del Pepp, ovvero fino alla fine del marzo 2022, esaurirebbe l’intera dotazione di 1.850 miliardi: ne ha usati finora 1.350, restano 500 miliardi circa. Ma non è neppure detto che il Pepp finirà nel marzo 2022 in quanto il programma terminerà quando il Consiglio direttivo riterrà conclusa «la fase critica legata al coronavirus». La “p” del Pepp sta per “pandemico” non “permanente”, ha chiarito polemicamente il presidente della Bundesbank Jens Weidmann. Ma proprio per questo, perché puramente pandemico, il Pepp con la sua straordinaria flessibilità è servito a mantenere le condizioni di finanziamento favorevoli per Stati, imprese e famiglie durante la crisi pandemica, evitando il peggio. Finita la pandemia, la Bce tornerà ad occuparsi di come calibrare App, Tltro, tassi negativi e forward guidance per centrare l’obiettivo simmetrico di un’inflazione al 2% sul medio termine.

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