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Bce promuove con riserva 4 banche

La questione delle sofferenze creditizie tiene sulle spine i banchieri e dà lavoro alle istituzioni. Ieri, mentre i tecnici del Tesoro guidati da Alessandro Rivera a Bruxelles si confrontavano con la Commissione europea per trovare la quadra sul veicolo che possa cartolarizzare crediti in mora per una cinquantina di miliardi – senza ricadere nella fattispecie degli “aiuti di Stato – sono circolate indiscrezioni sugli esiti del secondo esame di vigilanza macroprudenziale (Srep) condotto dalla Bce sui 123 maggiori istituti in estate.
Complessivamente per le 13 banche italiane vigilate da Francoforte (vedi tabella) sembra sia andata meglio del previsto; e diciamo sembra perchè i dati sono ancora ufficiosi, anzi molti istituti non li avrebbero ancora formalmente ricevuti. Tuttavia, le quattro banche finite in “classe 4”, che definisce un rischio elevato in base ai tre parametri di governance, capitale e liquidità, sono proprio quelle che hanno una quota maggiore di sofferenze rispetto al patrimonio netto. Si tratta di Banca Carige, Monte dei Paschi, Popolare di Vicenza, Veneto banca. Le prime due hanno già ampiamente ricapitalizzato nei mesi scorsi. Le ultime due, non quotate, lo faranno sbarcando in Borsa in primavera, per valori significativi data la taglia, e pari rispettivamente a massimi 1,5 miliardi e 800 milioni.
Secondo quanto scritto dal Sole 24 Ore , in media alle banche italiane sarebbe stato richiesto di innalzare i livelli di patrimonializzazione (Cet1) nell’intorno di mezzo punto percentuale. Se così fosse, per alcuni istituti come Carige, Mps, Unicredit e Popolare Sondrio gli obiettivi suggeriti dalla vigilanza si avvicinerebbero a quelli effettivi (dati al 30 giugno) con uno scarto inferiore all’1%.
Comunque gli operatori hanno letto positivamente e con sollievo le novità in arrivo dal processo Srep, che saranno comunicate solo tra un paio di mesi, dopo le deduzioni delle banche stesse e la decisione finale dell’Eurotower. In Borsa l’indice Ftse banche (+ 0,72%) è salito quanto il listino, con spunti su UniCredit (+1,58%) e Ubi (+1,65%). Per la più grande popolare italiana il rialzo pare più legato alla convocazione dell’assemblea il 10 ottobre per trasformarsi, prima tra le mutue, in spa, previa rinuncia al voto capitario e tetto di voto al 5% per due anni. Ma sono molti gli investitori che ritengono che non ci sarà un vero rilancio del settore – e nemmeno un avvio delle danze di fusione che il governo vorrebbe- senza sciogliere la montagna dei crediti problematici, alta 320 miliardi di euro in Italia. «Le misure per smaltire i crediti deteriorati servono ad accelerare la ripresa, per questo è importante che possano essere rapidamente implementate».
Proprio oggi la commissaria danese che guida la concorrenza Ue, Margrethe Vestager, a Roma sarà audita alla Camera, poi incontrerà i ministri dei beni culturali Franceschini, dello sviluppo economico Guidi, dell’economia Padoan e alle 13 pranzerà con il governatore della Banca d’Italia Vincenzo Visco e il suo vice dg Fabio Panetta. Si lavora sui dettagli tecnici, e che riguardano la prezzatura inossidabile e “di mercato” di due elementi: le garanzie statali da qualche miliardo che il Tesoro vorrebbe fornire al veicolo bad bank, e il valore di trasferimento dei crediti in mora al veicolo. Proprio in un’eventuale bad bank potrebbero confluire una cinquantina di miliardi di crediti delle quattro banche italiane che hanno avuto un voto “classe 4” della Bce, più qualche altra popolare minore. Nel dossier, tuttavia, dovrebbe rientrare anche il salvataggio di Banca Marche, Cariferrara e Popolare Etruria e Lazio, tre istituti in crisi di cui il mercato sembra non voler sentire parlare, e che le istituzioni italiane pensano di salvare tramite il Fondo di tutela dei depositi, partecipato dalle maggiori banche in base alle quote di mercato. Un’operazione da 1,5 miliardi di euro che al mercato piace poco. E anche a Bruxelles, dove l’impronta liberista degli uffici è nota, per le possibili ricadute anticoncorrenziali dell’intervento.
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