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Bce prestatore di ultima istanza

di Michele Arnese 

C'è anche una contesa sotterranea fra governi e banchieri centrali sul progetto di rafforzamento del Fondo europeo di stabilizzazione finanziaria (Fesf) per salvare paesi indebitati e banche. Al di là di come e quando dare spessore e potenza finanziaria del Fondo, la vera diatriba è fra i governi nazionali e la Banca centrale europea.

I primi sono incalzati dagli organismi internazionali, fra cui l'Istituto centrale di Francoforte presieduto da Jean-Claude Trichet, a proseguire nell'opera di rigore nella finanza pubblica; premessa per allentare la sfiducia dei mercati sulla capacità di alcuni paesi periferici dell'Unione europea, come Italia e Spagna, di pagare i propri debiti.

Ma da alcune settimane gli alti lai dell'Eurotower sul consolidamento dei conti statali iniziano a provocare dubbi e contrarietà in molte cancellerie europee, eccetto quella di Berlino. Infatti nonostante le manovre correttive di finanza pubblica approvate in tutti gli stati europei per calmare le piazze finanziare e calmierare il costo crescente del debito pubblico, i rendimenti dei titoli sovrani è lungi dal diminuire: nel caso dell'Italia e della Spagna per limare gli spread fra i Btp italiani e i Bund decennali sono ancora indispensabili gli acquisti operati dalla Bce sulle obbligazioni italiane e spagnole; acquisti che l'Istituto di Francoforte ha ribadito essere temporanei, tanto che la scorsa settimana la Bce ha acquistato bond governativi di paesi dell'Eurozona per 3,95 miliardi di dollari, in deciso ribasso dagli acquisti per 9,79 miliardi annunciati sette giorni fa e relativi alla settimana precedente.

Ma nonostante l'interventismo crescente della Banca centrale che da novembre sarà presieduta dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, le tensioni sulle piazze finanziarie non si smorzano. Certo, pesano le prospettive di crescita non esaltanti anche in America e un possibile rallentamento della forsennata cavalcata della Cina. Così come contribuiscono a provocare preoccupazioni anche lo stato delle banche europee, zavorrate dai bond statali ma anche in apprensione per la crescente mole di sofferenze. A chiudere il cerchio dei timori c'è il possibile credit crunch che può deflagrare per l'industria e i servizi: se la congiuntura economica non cambia, se non cambiano gli attuali livelli di spread, «avremo rischi di credit crunch molto forti», ha detto ieri Gabriele Piccini, country manager Italia di Unicredit.

Per questo cresce nei governi ma anche in alcune banche l'attesa per un interventismo ancor più incisivo e mirato della Bce, che ieri per bocca di Ewald Novotny, membro del consiglio direttivo, ha specificato che non si può escludere un taglio dei tassi. Il primo in Europa ad auspicare un ruolo più penetrante per l'Eurotower in stile Fed, la Federal Reserve americana di Ben Bernanke, è stato il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, in un'intervista al quotidiano spagnolo Cinco Dias. E in Italia un report dell'ufficio studi del Monte dei Paschi di Siena ha di fatto auspicato, mentre i governi insistono nell'azione di risanamento dei conti pubblici e in attesa dell'operatività del Fesf, che la Bce diventi prestatore di ultima istanza, ovvero conceda credito senza garanzie quando nessun altro lo fa, per prevenire il collasso di istituzioni (banche, paesi, operatori) in difficoltà.

Ma chi deve essere il potenziale o vero prestatore di ultima istanza? A Francoforte, sede della Bce, si ritiene che con lo statuto attuale dell'Istituto non possa essere la Banca centrale: la Bce ha come obiettivo il controllo dell'inflazione, non lo sviluppo economico né i salvataggi bancari o statali.

Questo non vuole dire che Francoforte non si sottrarrà ancora a intervenire sul mercato: Trichet nel fine settimana ha assicurato che la Bce continuerà a fornire la liquidità richiesta e ieri Bloomberg ha scritto che l'Eurotower potrebbe riaprire gli acquisti di covered bond delle banche. Ma la Bce, come l'America di Barack Obama, preferisce una sorta di Tarp europeo da affidare al Fesf. A sostenere questa soluzione è, non a caso, l'Istituto di Francoforte: ieri parlando a New York Lorenzo Bini Smaghi, membro del board dell'Eurotower, ha spiegato che il Fondo di salvataggio europeo potrebbe fornire sostegno sia agli stati in difficoltà sia alle banche necessarie di ricapitalizzazioni. Moltiplicare la dotazione del Fesf usando la leva finanziaria, hanno scritto ieri gli analisti di Royal Bank of Scotland, darebbe una spinta rialzista ai titoli di stato di Italia e Spagna, mentre indebolirebbe i titoli tedeschi. Non a caso ieri il portavoce del ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, ha detto che un innalzamento del credito non è al centro del dibattito.

Il vero nodo è una questione di quattrini. Chi sostiene che la Bce si deve trasformare in una Fed, come si vocifera anche in alcune banche, chiede implicitamente che la potenza inespressa della Bce sia utilizzata. Chi invece dice che deve essere il Fesf a intervenire sul mercato sostenendo paesi e banche in difficoltà chiede di fatto che siano ancora gli stati a dover sborsare altre risorse per poter rafforzare la capacità di intervento del Fondo europeo di salvataggio. Infatti gli azionisti del Fesf sono i paesi dell'Eurozona.

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