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Bce, piano anti-deflazione nuovi prestiti alle banche se danno credito alle imprese

ROMA — Se c’è un dettaglio che spiazza nel panorama europeo ormai ricco di germogli di ripresa, esso riguarda la sua materia prima di base: il denaro. I segni positivi sono tornati su nell’area-euro – dall’export, alla fiducia delle imprese, alle vendite al dettaglio, ai primi tenui segnali di discesa del debito pubblico. Eppure il credito ai produttori non segue. Milioni di imprese restano minacciate dal rischio di asfissia finanziaria, al punto che nella Banca centrale europea sta maturando la convinzione che occorra fare qualcosa e si studiano strumenti nuovi per agire: fra questi, un sistema di finanziamento alle banche che le spinga a fornire più sostegno alle imprese.
Il tempo stringe, perché non si tratta di un problema limitato solo ai Paesi più colpiti dalla crisi. L’ultimo bollettino della Bce mostra una divaricazione crescente nel complesso dell’area: mentre la fiducia delle imprese ritorna, anche fra le piccole e medie, i finanziamenti si contraggono a ritmo crescente. Il calo annuale dei prestiti al settore privato in Eurolandia era dell’1% all’inizio del 2013 e si è deteriorato progressivamente all’1,6% a novembre scorso. I prestiti delle banche alle aziende del «settore non finanziario », cioè all’economia reale, erano in contrazione annuale del 2,5% all’inizio del 2013 ma hanno raggiunto meno 3,9% agli ultimi dati. Questo peggioramento costante inizia ad apparire incompatibile con gli scenari di una ripresa che riporti lavoro fra le decine di milioni di disoccupati oggi in Europa.
A sua volta, la stretta del credito frena gli investimenti e sta alimentando la gelata che spinge ormai parte d’Europa verso la deflazione. I prezzi alla produzione industriale sono già di oltre il 3% in media dell’area-euro e la tendenza non accenna a invertirsi. Il consiglio direttivo della Bce, malgrado le divisioni interne, ormai capisce che non può restare a guardare ancora a lungo. Probabilmente entro la primavera, la banca centrale di Francoforte dovrà muovere per cercare di rompere la spirale.
Per adesso nell’Eurotower si passano in rassegno i diversi strumenti per intervenire, ma ce n’è uno che oggi sembra più accettabile degli altri a una maggioranza dei banchieri centrali europei: un’offerta di finanziamento alle banche che le incoraggi a trasferire il credito alle imprese produttive, invece che a investirlo in titoli di Stato. Non sempre è andata così, in passato. Le due grandi aste di denaro (Ltro) lanciate dalla Bce nella fase acuta della crisi, fra fine 2011 e inizio 2012, fornirono sì ossigeno alle banche per mille miliardi sulla durata di tre anni. Ma arrivarono in minima parte al settore produttivo, perché gli istituti di credito preferirono investire in titoli di Stato. Quella manovra, volutamente, contribuì ad evitare l’insolvenza dell’Italia e a ridurre i rendimenti dei bond dei governi.
Ora invece l’obiettivo è arrivare alle imprese, senza però imporre alle banche di dirigere il credito verso di loro. Per riuscirci, sempre di più, la Bce sta guardando all’esperienza della Bank of England. Non è probabilmente un caso se l’ultimo bollettino mensile dell’Eurotower riserva un’analisi all’andamento del credito in Gran Bretagna. Ciò che interesse è lo schema di «funding for lending» («finanziamento in cambio di prestiti») lanciato a Londra nel 2012: gli istituti commerciali hanno diritto a maggiore liquidità da parte della Bank of England in proporzione all’aumento dei loro prestiti all’economia reale; in più, il costo del finanziamento della banca centrale sale se loro riducono i crediti al settore privato.
Se una regola del genere valesse oggi in Italia, centinaia di banche dovrebbero pagare tassi più alti presso l’Eurotower. Il «funding for lending» della Bank of England non è stato un successo senza mezzi termini: ha contribuito a un nuovo boom dei prezzi degli immobili, ma molto meno al rilancio dell’attività produttiva. Nella Bce tuttavia l’esperimento di Londra viene seguito con successo, nell’idea di arrivare a fare qualcosa del genere con le correzioni adeguate.
È un passo necessario per tornare verso un minimo di norma-lità, ora che il debito pubblico dà segni di potersi stabilizzare in area euro. Nel caso italiano, il calo c’è stato nel terzo trimestre al 132,9% dal trimestre precedente, anche se non nell’andamento annuale. La Bce però avverte nel suo ultimo bollettino che il credito potrà ripartire davvero solo se le banche «miglioreranno la loro posizione di capitale». Come dire che qualcuno prima o poi, in qualche modo, dovrà asportare tutti quei crediti in default dai loro bilanci.

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