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Bce: ora interventi di stimolo più mirati

Le misure fiscali adottate dai Paesi nell’area dell’euro nel 2020 per contrastare la pandemia hanno avuto dimensioni senza precedenti e sono state molto più ampie e più omogenee rispetto agli stimoli adottati nella grande crisi finanziaria del 2009. Gli Stati dell’Eurozona hanno risposto in maniera uniforme allo shock del Covid-19 con interventi dettati dall’emergenza per fornire liquidità a imprese e famiglie e proteggere posti di lavoro: e hanno funzionato, hanno contenuto l’impatto della pandemia sull’economia. Per sostenere la ripresa post-coronavirus, tuttavia, servirà un cambio di passo: le politiche fiscali dovranno dare «stimoli mirati e temporanei» adattati alle caratteristiche specifiche della crisi, ai margini di manovra del bilancio dei singoli Stati. Gli investimenti pubblici, accompagnati da un utilizzo veloce del Next Generation EU e dalle riforme strutturali, «giocheranno un ruolo centrale».

È questa l’analisi della Bce sulle misure fiscali europee anti-Covid, contenuta nel Bollettino economico e pubblicata ieri a firma di Stephan Haroutunian, Steffen Osterloh e Kamila S?awi?ska. Lo studio rileva molta meno dispersione nelle misure fiscali pandemiche (a livello Ue la media ponderata è di poco superiore al 4% del Pil) rispetto agli interventi della grande crisi finanziaria (media Ue 1,5% del Pil): anche se alcuni Stati hanno goduto di un maggiore spazio fiscale all’inizio della crisi e alcuni Stati sono stati colpiti dal virus in maniera più violenta. Uniformi per contro sono state le misure adottate per affrontare l’emergenza: garanzie, liquidità, proroghe del pagamento delle tasse, orario di lavoro ridotto o part-time.

Il confronto tra Stati, nel dettaglio, è un terreno scivoloso, reso difficile dall’eterogeneità della reportistica degli impatti sui conti pubblici. Inoltre è presto per trarre conclusioni sull’effettivo utilizzo delle garanzie pubbliche che in molti casi è più basso rispetto ai fondi inizialmente stanziati: in media le garanzie pubbliche sono state superiori al 16% del Pil nell’area dell’euro, con l’Italia al primo posto (oltre 30%) seguita dalla Germania (poco sotto il 20%). Incerta è anche l’entità delle insolvenze delle Pmi.

Più eterogenee e più contenute rispetto agli interventi d’emergenza, per contro, risultano al momento le misure fiscali pianificate e messe in campo per la ripresa post-Covid: stimate dalla Bce in media pari a poco più dell’1% del Pil (con la Germania che svetta tra i Paesi più grandi con misure pari al 2,1% del Pil). Gli esperti Bce mettono in guardia contro interventi non mirati: i lockdown e l’elevata propensione al risparmio alimentata dall’incertezza riducono l’impatto immediato delle politiche a sostengo della domanda. Più efficaci gli interventi mirati alle famiglie a basso reddito o colpite dalla disoccupazione.

Analizzando la fase intermedia della pandemia, con lockdown parziali e una perdurante elevata incertezza, lo studio degli esperti della Bce considera «prioritaria» l’importanza della spesa pubblica in investimenti in particolar modo i lavori pubblici che sono meno colpiti dalle misure di contenimento. I finanziamenti del Next Generation EU, infine, avranno un ruolo cruciale e saranno più efficaci quando indirizzati a investimenti che andranno ad aggiungersi, e non a sovrapporsi, a quelli nazionali. La ripresa e gli strumenti della ripresa post-Covid non saranno uniformi nell’area dell’euro: peseranno i diversi gradi dei lockdown, il livello di indebitamento delle imprese più colpite e lo spazio fiscale a disposizione. Le riforme strutturali saranno decisive per far lievitare l’impatto dei finanziamenti sulla crescita. Al tempo stesso, la Bce ammonisce che la sostenibilità del debito pubblico nel medio termine dovrà essere garantita: i buffer fiscali vanno ricostruiti per poi essere riutilizzati in tempi di crisi. Come è avvenuto nella pandemia.

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