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Bce, mossa morbida di Lagarde «Meno acquisti, ma si continua»

È passato appena un anno e mezzo, ma sembra una vita fa quando Christine Lagarde era apparentemente inconsapevole dell’impatto delle sue parole. All’inizio del suo mandato da presidente della Banca centrale europea, la francese varie volte ha confuso e scosso i mercati con dichiarazioni avventate o poco chiare. Da allora ha imparato il mestiere rapidamente e ieri lo ha dimostrato. La Bce ora rallenta «moderatamente» il ritmo dei suoi acquisti di titoli prima che lo faccia la Federal Reserve, benché la ripresa in area euro sia partita dopo e l’inflazione resti più bassa rispetto agli Stati Uniti. Eppure Lagarde è riuscita a presentare il primo passo indietro dalle misure di emergenza dispiegate con la pandemia in modo così rassicurante che i rendimenti dei titoli di Stato di tutta la zona monetaria sono scesi. Anche quelli italiani. Il mercato ha ricevuto sufficienti garanzie — per adesso — che il sostegno di fatto della Bce allo sforzo in deficit dei governi resterà attivo.

«The lady isn’t tapering» ha detto Lagarde, «la signora non sta riducendo». È stata una consapevole, sottilmente ironica citazione di Margaret Thatcher. Nel 1980 un gruppo nel suo stesso partito contestava la durezza delle liberalizzazioni della premier di Londra e lei scandì al congresso dei Tory: «Voi cambiate se volete, the lady is not for turning», non torna indietro.

Se quello di Lagarde ieri era un messaggio, era diretto al gruppo più intransigente nel consiglio direttivo della Bce che ora prepara un’altra sfida in dicembre. Perché ieri è accaduto meno di quanto i più ortodossi probabilmente volessero e il mercato temesse da giorni. Che la banca centrale prosegua i suoi acquisti di titoli legati all’emergenza Covid a un ritmo definito «moderatamente più basso» significa che gli interventi varranno fra 60 e 70 miliardi al mese, non più 80: è un ritorno ai livelli della seconda metà dell’anno scorso, sufficiente a coprire le emissioni nette di debito di un Paese indebitato come l’Italia.

La partita sull’uscita dal Pepp, il programma di interventi di emergenza varato con il Covid, resta però da giocare. Il Pepp è ciò che ha permesso ai due governi italiani degli ultimi 18 mesi di versare ristori e sostegni, sospendere le riscossioni fiscali, garantire il credito, versare bonus alle ristrutturazioni di casa e agli investimenti delle imprese. È stato la pietra di volta della tenuta del Paese, perché la Bce ha sostituito integralmente i creditori privati che avevano smesso di comprare nuovo debito italiano (in termini netti). E, poiché in dicembre il consiglio direttivo della banca centrale deciderà come uscire dal Pepp, le condizioni dell’area euro in quel momento saranno vitali. Per ora non sembrano giustificare una corsa a cessare gli interventi: ieri la Bce ha rivisto al rialzo le sue aspettative di crescita e inflazione (che in agosto ha toccato il 3%) ma nel 2023 prevede ancora una dinamica di aumento dei prezzi, troppo debole, ad appena l’1,5%. Se questo quadro fosse confermato in dicembre, è probabile che alla fine del Pepp in marzo corrisponda l’aumento di un altro programma di acquisti e un’uscita molto protratta e morbida dai sostegni.

Esiste però almeno un altro scenario. Negli Stati Uniti l’ondata di inflazione «temporanea» legata alle riaperture dopo i lockdown si sta dimostrando più alta e persistente del previsto. La Fed è paziente: aspetta. Ma se nell’inverno prossimo qualcosa di simile accadesse in area euro, lo scontro in consiglio direttivo metterebbe alla prova tutta l’arte diplomatica che Lagarde ha affinato da quando è alla guida della Bce.

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