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Bce: minaccia dall’escalation protezionista

Un’escalation di dimensioni significative delle tensioni nel mondo del commercio e un aumento altrettanto importante del protezionismo – tramite la guerra dei dazi – «rischiano di far deragliare» la ripresa in corso dell’attività del commercio mondiale e di avere un impatto (negativo) sostanziale sulla produzione e sulla crescita. In uno scenario in cui gli Usa dovessero innalzare i dazi in maniera netta sui beni di importazione da tutti i partners commerciali, e questi dovessero fare altrettanto per ritorsione, l’economia mondiale ne risentirebbe in maniera nettamente negativa. «I prezzi alla produzione salirebbero, il potere di acquisto delle famiglie calerebbe, con ripercussioni negative su consumi, investimenti e occupazione». I mercati finanziari reagirebbero all’incremento dell’incertezza con un taglio all’esposizione sui titoli azionari, una stretta al credito, premi a rischio più alti e un’impennata della volatilità. «A lungo andare, tutto questo potrebbe avere un impatto negativo anche su crescita e produzione potenziale».
A suonare la sirena dell’allarme rosso sui rischi e sulle conseguenze dello scoppio di una vera e propria guerra commerciale è la Banca centrale europea in un approfondimento sulle «implicazioni di un aumento delle tensioni del commercio sull’economia globale» contenuto nel Bollettino economico in uscita questi giorni. Il Consiglio direttivo della Bce monitora da vicino i primi segnali del pericolo di un ritorno al protezionismo, per gli effetti che questo potrebbe avere non tanto negli scambi commerciali nell’immediato ma soprattutto nel modo in cui potrebbe minare la fiducia di imprese e famiglie e quindi danneggiare la crescita. Più volte il presidente della Bce, Mario Draghi, nelle sue ultime conferenze stampa, ha posto l’enfasi su questi rischi.
E ora è il Bollettino economico ad analizzare i rischi potenziali, in un rapporto a firma di Lucia Quaglietti che guarda al passato per interpretare i pericoli del futuro. Il periodo prima della grande crisi, 1990-2010, è stato caratterizzato da un incremento forte della liberalizzazione del commercio, con più di 500 nuovi accordi preferenziali sottoscritti – un numero triplo rispetto a simili intese strette nei precedenti due decenni – accompagnati da diffuse riduzioni dei dazi, portando a «un aumento degli standard di vita su scala globale». I dati transfrontalieri indicano che un aumento dell’1% dell’apertura del commercio tende ad incrementare il reddito pro capite reale dal 3% al 5% sul lungo periodo (una tendenza questa che però non si può applicare al periodo post-crisi). Tuttavia nell’ultimo decennio il ritmo della liberalizzazione del commercio è rallentato e il taglio dei dazi avvenuto negli anni pre-crisi ora si è fermato. Secondo la Bce questo potrebbe essere uno dei fattori che hanno pesato sulla crescita del commercio negli ultimi anni: tra il 2012 e il 2016 le importazioni mondiali sono aumentate in media del 3% all’anno, meno della metà del tasso di crescita registrato nel ventennio precedente: e questo in un contesto dove l’attività dell’economia non ha accusato un simile rallentamento. Nell’ultimo anno e mezzo, il commercio mondiale ha avuto una ripresa ciclica: e le importazioni su scala mondiale sono cresciute più del 5% nel 2017. Ma nelle ultime settimane, i nuovi dazi al rialzo annunciati dall’amministrazione Trump hanno fatto salire le tensioni. Per ora quanto annunciato «avrà un impatto limitato» perché riguarda il 2% delle esportazioni Usa dalla Cina ed esportazioni cinesi negli Usa (meno dello 0,5% del commercio mondiale). Il problema per la Bce è un’escalation delle tensioni commerciali e una frenata alla globalizzazione: sulla base di simulazioni «un’escalation significativa delle tensioni commerciali rischia di far deragliare la ripresa del commercio mondiale» e avere impatti negativi sulla crescita. Più colpiti sarebbero i Paesi con economie che dipendono di più dalle esportazioni (come la Germania e l’Italia anche se il rapporto non cita singoli Paesi) e i Paesi più piccoli.

Isabella Bufacchi

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