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Bce, le misure per la seconda ondata

Ciò che è cambiato rispetto alla prima ondata di Covid-19 è che, stavolta, nessuno si aspetta un altro accordo fra governi europei per reagire alla recessione. Non per ora. Il ritorno dell’emergenza può al massimo accelerare le intese su ciò che è già stato deciso, il piano da 750 miliardi di Next Generation EU che deve iniziare a mettere risorse in circolazione nel 2021. Ma non è in cottura nessuna ulteriore risposta comune delle autorità politiche.

Ciò che non è cambiato è invece la Banca centrale europea. Ieri Christine Lagarde, la presidente, ha fatto sapere che la Bce lavora a un nuovo pacchetto di sostegno da presentare al più tardi il 10 dicembre: con ogni probabilità, almeno altri 500 miliardi nel piano d’acquisti di titoli pubblici e privati legati alla pandemia; una nuova offerta di liquidità alle banche, a condizioni anche più agevoli, remunerandole almeno all’1% all’anno se fanno credito a famiglie e imprese. Meno plausibile invece che la Banca centrale tagli ancora più in negativo (oggi è a -0,5%) il tasso d’interesse sul denaro depositato dalle banche stesse presso la Bce.

Ieri i 25 componenti del Consiglio direttivo erano unanimi sul fatto che, di fronte alla seconda ondata di recessione da pandemia, la Bce qualcosa dovrà pur decidere. La scelta di aspettare altre sei settimane al massimo serve a misurare soprattutto l’impatto dei nuovi lockdown in arrivo e quello delle elezioni americane. Ma ieri per una volta non è stato difficile trovare l’accordo di tutti perché – a quanto risulta – durante la riunione in videoconferenza non si è parlato di cosa fare in concreto. Ieri Lagarde, finalmente anche in pubblico sicura di sé, ha solo avvertito che non si fermerà se la Bundesbank o una minoranza di banchieri centrali attorno ad essa si opponessero: «L’unanimità non è necessaria», ha detto.

La sostanza è che non ci sarà una risposta comune europea per la gestione dell’emergenza immediata (Next Generation EU serve alla ricostruzione, più avanti). Ma la banca centrale assicura ai singoli governi i mezzi per continuare a indebitarsi senza risparmio. per contenere il dilagare della povertà. In questa crisi il «whatever it takes» – l’intervento a qualunque costo – si fa con i bilanci e il debito pubblico dei singoli Paesi, comprato dalla Bce quanto basta per mantenere ancorati anche gli investitori privati. Ciò ha però tre implicazioni e, per ora, un’eccezione. La prima conseguenza è che diventa letteralmente vitale il grado di efficienza e qualità con cui ogni governo è in grado di disegnare e far arrivare al proprio Paese gli aiuti necessari; la seconda è che comunque la Commissione Ue potrebbe criticare aumenti di spesa permanenti non legati all’emergenza; la terza implicazione è che dopo la crisi – ma solo allora – verrà il momento di fare conti difficili con il debito pubblico. L’eccezione, infine, riguarda le banche: molte subiranno duri colpi, ma per loro la strada dei salvataggi pubblici sembra restare in salita.

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