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Bce, la maggioranza per agire c’è

Se la pressione dei mercati dovesse minacciare la sopravvivenza dell’euro, la Banca centrale europea potrebbe intervenire, anche in tempi brevissimi, per stabilizzare una situazione che, secondo molti osservatori, sta raggiungendo, se non ha già superato, il livello di allarme dell’estate scorsa e dei primi di novembre del 2011.
Il prossimo appuntamento dei banchieri centrali europei è quello del consiglio dei primi due giorni di agosto a Francoforte, ma in passato la Bce ha annunciato le sue mosse anche dopo semplici consultazioni telefoniche. Molto dipenderà dall’andamento delle prossime giornate sui mercati. Il presidente della Bce, Mario Draghi, ha ricordato nei giorni scorsi che «la conservazione dell’euro fa parte del nostro mandato» e, anche se ha respinto l’idea che tocchi all’Eurotower «risolvere i problemi finanziari dei Paesi», sa che a questo punto non si tratta più di salvataggi di uno o dell’altro membro dell’eurozona, ma della sopravvivenza stessa della moneta unica. La Bce si ritrova ancora una volta in prima linea nella difesa dell’euro, anche per l’incapacità delle altre istituzioni europee ad agire in tempi rapidi e la loro mancanza di risorse e operatività sufficienti.
In consiglio, il presidente può contare su un’ampia maggioranza pronta a intervenire, mentre l’opposizione più dura verrebbe in primis dalla Bundesbank, oltre che dalle banche centrali di Olanda, Lussemburgo, Finlandia e forse Austria. Ma gli stessi governatori di Olanda e Austria hanno mostrato recentemente in qualche dichiarazione maggior flessibilità che in passato. La contrarietà tedesca a ogni intervento che possa essere preso per «finanziamento monetario» dei deficit pubblici è totale e del resto anche Draghi è schierato su questo fronte, nel rispetto del Trattato europeo. Ma la devozione della Bundesbank, prima di ogni altro, al mandato della stabilità dei prezzi della Bce fa sì che un intervento che la garantisca («nei due sensi», ha ripetuto spesso Draghi, quindi anche contro il rischio di deflazione, che potrebbe affacciarsi fra qualche mese) può essere un argomento decisivo per ammorbidire la posizione tedesca. È difficile per il presidente della Bce, per sua natura incline alla diplomazia, procedere a dispetto del suo azionista di maggioranza, ma Draghi ha già mostrato negli ultimi mesi di voler decidere “a maggioranza” e non “per consenso”, quando lo ritiene assolutamente necessario.
Del resto, il capo dell’Eurotower ha messo in chiaro nel fine settimana che la Bce è «molto aperta e non ha tabù». Dal suo insediamento, nel novembre scorso, ha dimostrato la sua capacità di innovare: con l’allungamento senza precedenti delle operazioni di finanziamento del sistema bancario (uno strumento peraltro che resta nel solco del central banking tradizionale), con l’ampliamento del collaterale, con la misura convenzionale del taglio dei tassi d’interesse anche senza averlo “telegrafato” in anticipo ai mercati.
Se le pressioni più immediate vengono dai mercati finanziari, non sono meno insistenti, e nient’affatto gradite a Francoforte, quelle dei politici europei. In prima fila diversi esponenti del Governo spagnolo, cui però si è aggiunto ieri il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, il quale ha indicato due strade per la più immediata risposta alla crisi: l’aumento delle risorse dei fondi salva-Stati o, appunto, l’intervento della Bce.
Anche le altre istituzioni internazionali sono convinte che un passo della Bce sia ormai indispensabile. Nei giorni scorsi era stato il Fondo monetario a chiedere all’Eurotower l’utilizzo di tutti gli strumenti a disposizione, ieri è stata la volta del segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria. «L’Europa – ha detto Gurria – deve mettere in campo tutte le istituzioni che ha, specialmente la Bce».

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