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Bce «Fed d’Europa»? Potrebbe non bastare

L’Europa è finanziariamente più sicura di qualche tempo fa; lo spread dei paesi a rischio si è fortemente ridotto, come la sua volatilità. Tre fattori hanno concorso al risultato: lo sforzo di contenimento delle politiche di bilancio dei paesi “periferici” (in due anni il rapporto deficit/PIL è migliorato di oltre il 30% in Italia e Portogallo e del 75% in Irlanda), la politica monetaria della BCE e, infine, il rafforzamento del capitale delle banche il cui Tier 1 supera oggi il 13%.
Pur finanziariamente più solida e sicura, l’Europa rimane caratterizzata da squilibri strutturali e fatica a ritrovare la strada della crescita. Nei “periferici” il mercato del lavoro rimane poco dinamico e incapace di favorire l’incontro tra domanda e offerta per le donne, gli over 55 e i giovani, per i quali la disoccupazione viaggia ormai oltre il 40%. Il divario di produttività tra paesi dell’Europa Continentale e del Sud Europa rimane ancora ampio (27%); una fiscalità penalizzante rende ancor più oneroso “fare impresa” in contesti già caratterizzati da elevata burocrazia e scarsa concorrenza.
Anche la Germania, indicata da più parti come il modello da seguire, si è fermata. La leva dell’export – che spiega il 43% della crescita tedesca dell’ultimo decennio – comincia a perdere efficacia, se è vero che Berlino si avvia a chiudere il 2013 con un +0,4% di PIL. Nel frattempo, la demografia provoca un inesorabile spostamento economico e geopolitico Ovest-Est e Nord-Sud: venti anni fa Europa e Stati Uniti detenevano il 51% del PIL mondiale, oggi è il 39% e tra dieci anni sarà circa un terzo.
Il tradizionale motore per il rilancio degli investimenti privati – i bassi tassi d’interesse – non sembra funzionare a dovere, a causa dell’elevato costo del credito che le banche devono sostenere. E in un contesto di sfiducia generalizzata e di comprensibile iper-reattività al rischio le aziende retrocesse nel rating creditizio rischiano di avvilupparsi in crisi di liquidità senza uscita; a volte sono i fornitori a “finanziare” i propri clienti (con merce a 30-60 giorni), sostituendosi de facto al sistema bancario.
Tassi d’interesse artificialmente bassi rappresentano peraltro un sussidio perverso alla speculazione; in più, agiscono come una “tassa” occulta sui risparmiatori. Nel 2012 il tasso netto sui BTP a tre anni è stato del 2,8% a fronte di un’inflazione del 3,3%: su un orizzonte di vent’anni questo gap si traduce in una “tassa” sul capitale investito del 9,5%, a cui vanno ad aggiungersi le imposte vere e proprie.
Non si vuole argomentare che tassi d’interesse alti siano meglio di tassi bassi: solo che paesi come l’Italia rischiano di pagarne il costo (lato risparmiatori) senza averne il beneficio (lato imprenditori).
Per riportare i paesi del Sud Europa sulla traiettoria di una crescita sana è indispensabile rimettere in moto il circuito della liquidità banche-fornitori-clienti. Ciò richiede, da parte delle banche, una miglior capacità di comprensione delle prospettive di un’impresa. Le aziende, a loro volta, devono fare un passo avanti sui temi della patrimonializzazione e della trasparenza dei bilanci: è l’unico modo per non pagare i molti punti percentuali in più che oggi coprono implicitamente il rischio d’insolvenza.
Che tipo di economia possiamo aspettarci per l’Europa dei prossimi anni? La visione tedesca si orienta su politiche di stretto controllo del bilancio pubblico, di contenimento del costo del lavoro e di aumento della produttività, che accettano implicitamente un certo grado di depressione della domanda interna; a queste si accompagna la spinta a conseguire forti avanzi della bilancia commerciale. Ma tali avanzi sono realizzabili in maniera sostenibile nel tempo a tre condizioni: che i consumi dei paesi emergenti continuino a crescere a ritmi sostenuti, che questi paesi continuino a soddisfarli prevalentemente attraverso le importazioni anziché con la propria produzione nazionale e, infine, che il livello di cambio elevato impostoci de facto da oltreoceano non limiti la competitività dell’export sui mercati non Euro.
E’ evidente che l’Europa non è in grado di replicare su larga scala la ricetta tedesca per la crescita. Chi dovrebbe assorbire il surplus della bilancia commerciale a cui tutti i paesi ambiscono? In passato gli unici ad averlo fatto con costanza sono stati gli Stati Uniti, spingendo l’indebitamento dei propri consumatori verso livelli insostenibili e con le conseguenze ben note. E se anche in futuro agli USA si sostituissero i cinesi, occorrerebbe chiedersi quale ruolo – non solo economico – essi si troverebbero a esercitare come detentori del surplus primario delle grandi nazioni occidentali.
Per tutti questi motivi è fondamentale una BCE forte e in grado di contemperare – con grande fatica – gli interessi dei diversi paesi membri utilizzando le leve a propria disposizione; ma è illusorio pensare che il solo stimolo della politica monetaria possa riportare il Vecchio Continente al benessere cui era abituato. Serve l’integrazione socio-economica dei paesi membri; è necessaria una maggiore armonizzazione fiscale (anche per le banche, ad esempio in materia di deducibilità delle sofferenze), delle modalità di accesso per le imprese ai mercato dei capitali e ai contributi all’innovazione (da cui deriva oltre il 50% degli aumenti di produttività). Bisogna allineare i meccanismi di funzionamento del mercato del lavoro, in particolare quelli di Education to Employment (E2E): è necessario farlo per i nostri giovani altrimenti destinati, per la prima volta nei tempi moderni, a un benessere inferiore a quello dei propri padri. Il futuro dell’Europa non può che passare da loro.

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