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Bce: entrate fiscali per l’Italia dai (pochi) aiuti alle banche

Ottocento miliardi di euro spesi e 330 recuperati. Sembra essere questo il bilancio degli oneri sostenuti dall’eurozona per salvare le banche negli anni della grande crisi finanziaria,ovvero tra il 2008 e il 2014. Le cifre si desumono da un articolo contenuto nell’ultimo bollettino della Bce, dedicato a valutare, per l’appunto, l’impatto fiscale degli interventi a sostegno del settore finanziario negli anni della crisi.
L’ammontare degli 800 miliardi rappresenta l’8% del Pil di eurolandia mentre «la porzione dei costi lordi cumulati delle misure a sostegno del settore finanziato che è stata recuperata attraverso la rivendita di attività e di altre entrate varie, connesse alle attività acquistate e alle garanzie concesse (come dividendi, interessi attivi e commissioni) rappresenta solo il 3,3% del Pil». Lo stesso bollettino spiega che i costi fiscali delle misure attuate sono comparabili a quelli sostenuti in altre crisi sistemiche passate , avendo determinato un peggioramento del saldo di bilancio dell’area euro, rispettivamente pari all’1,8 e al 4,8 per cento del Pil su base cumulata. E aggiunge che per completare il quadro dei costi “pubblici” occorre tener conto dei rischi di bilancio connessi all’assistenza finanziaria, che riguardano principalmente le garanzie pubbliche ancora in essere( corrispondenti al 2,7 per cento del Pil dell’area nel 2014) e le perdite potenziali o i possibili profitti delle bad bank già esistenti.
Ma il bollettino della Bce chiarisce anche che l’effetto sui singoli saldi di bilancio è stato molto diverso fra i paesi. Un conto è l’Irlanda, dove il disavanzo pubblico è aumentato di quasi il 25 per cento del Pil su base cumulata; un conto sono la Grecia, Cipro e la Slovenia, che come conseguenza delle misure di sostengo hanno subito un impatto cumulato sul disavanzo compreso fra l’8 per cento e il 13 per cento del Pil. Un altro conto sono paesi come la Spagna, dove l’effetto di aumento del deficit è stato pari al 4,4 per cento del Pil. E un conto ben diverso , secondo i calcoli di Francoforte, è quello che si riferisce a Italia, Francia e Lussemburgo, paesi nei quali i salvataggi sono stati quasi un affare, con le entrate cumulate degli anni 2008-2014 che hanno superato le uscite. L’Italia, assieme a Francia e Lussemburgo, esce dunque molto bene dal confronto con gli altri, sotto il profilo dell’impatto fiscale del sostegno al settore creditizio. In questi tre Paesi – secondo i calcoli della Bce che da un anno ha assunto la vigilanza bancaria – le entrate derivanti dagli aiuti finanziari alle banche «sono state persino lievemente superiori alle uscite». Gli aiuti hanno determinato fra il 2008 e il 2014 un impatto cumulato positivo sui conti italiani, francesi e lussemburghesi Lussemburgo, che hanno registrato un miglioramento dei conti pubblici dello 0,1%.
Una fotografia che non tiene, ovviamente, conto del sostegno offerto alle banche dalla stessa Bce, tramite la liquidità illimitata o gli acquisti di covered bond (che, del resto, nulla ha a che vedere con i bilanci pubblici nazionali). Ma che fa dire al presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che i numeri arrivati da Francoforte «rappresentano l’autorevole e documentata conferma di quanto stiamo sostenendo»: ossia che l’Italia ha speso meno di tutti nell’eurozona per aiutare le banche durante la crisi. «Ora la credibilità delle banche italiane e della Vigilanza della Banca d’Italia hanno avuto il meritato e definitivo riconoscimento internazionale per gli sforzi sostenuti nei duri anni della crisi per favorire la ripresa», ha commentato ieri il presidente dell’Abi.

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