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Bce Draghi vada a mille, ma è già troppo tardi

Analisti ed economisti sono tutti d’accordo. La Banca centrale europea (Bce) lancerà il suo Quantitative easing (Qe), lo stimolo di politica monetaria attraverso un massiccio acquisto di titoli pubblici e privati, già il prossimo giovedì. Poche volte nella storia dell’istituzione guidata da Mario Draghi c’era stata una pressione così forte. Colpa della deflazione, che rischia di vanificare le misure introdotte finora. 
Tuttavia, non è chiaro se il Qe sarà sufficiente o no. Con Alberto Gallo, economista a capo della divisione Macro credit research di Royal Bank of Scotland, cerchiamo di capire le prossime mosse di Francoforte.
Giovedì prossimo la Bce è attesa al varco dai mercati. Che cosa si aspetta?
«Avremo acquisti di titoli di Stato con rating investment grade (poco rischiosi, ndr. ), obbligazioni di aziende non finanziarie e agenzie come la Banca europea degli investimenti. Per essere credibile, il programma dovrà superare i 500 miliardi di euro, per raggiungere l’obiettivo di aumento di bilancio per mille miliardi insieme alle operazioni già annunciate su covered bond (le obbligazioni garantite, ndr. ) e cartolarizzazioni e le operazioni di rifinanziamento. Inoltre, la Bce dovrà condividere almeno parte del rischio con le banche centrali nazionali, che acquisteranno i titoli».
Se decidesse per una manovra più spinta, quale sarebbe il miglior messaggio da mandare agli investitori?
«Il più forte sarebbe un programma aperto e senza paure, in uno stile analogo a quello della Federal Reserve statunitense: compreremo 30 miliardi di euro al mese fino al raggiungimento dei nostri obiettivi. Ma dubito che alcuni membri del consiglio direttivo siano d’accordo. Molto probabilmente i dettagli del programma saranno rivelati il prossimo 5 marzo, quando ci sarà il secondo incontro dell’anno».
Perché la Bce non ha saputo intervenire prima? Almeno in teoria è sempre meglio prevenire che curare… E ora, con un bilancio sempre più in contrazione, è ancora più difficile.
«Il Quantitative Easing avrà un impatto limitato sulla crescita nell’area euro ora che la crisi e la disoccupazione si sono radicate. La Bce è stata frenata dal suo mandato più debole rispetto ad altre banche centrali, e dal bisogno di costruire strutture di vigilanza micro-prudenziale che non esistevano, come l’unione bancaria. Il tutto senza contare il freno della Germania. In pratica, siamo più di un anno in ritardo».
Sebbene Draghi abbia placato l’aggressività degli investitori internazionali sui mercati obbligazionari, la Bce non sta rispettando il suo unico obiettivo, l’inflazione prossima al 2% su base annua. Quando finirà la pazienza degli operatori?
«L’inflazione è negativa in tutti i Paesi dell’eurozona periferica e le aspettative di mercato, anche a lungo termine, sono ben sotto il 2%. Il vero rischio non è il disappunto dei mercati finanziari, ma la psicologia dei consumatori e delle aziende. Se si entra in una spirale deflattiva, entrambi potrebbero posticipare spese e investimenti, come già stanno facendo in alcuni Paesi».
I rumor narrano di un Consiglio direttivo della Bce sempre più diviso. In che modo questo potrebbe minare la credibilità stessa dell’Eurotower?
«Se in futuro un Paese europeo dovrà ristrutturare il suo debito pubblico, per esempio la Grecia o il Portogallo, le divisioni interne al Consiglio della Bce potrebbero riemergere e invalidare il programma di acquisti. Per questo è necessario che la Bce sia chiara sulla condivisione del rischio con le banche centrali dell’Eurosistema e su come gestire eventuali perdite fin dall’inizio».
Un pensiero sull’Italia. Le tanto promesse riforme arriveranno o il 2015 sarà un altro anno interlocutorio?
«L’Italia ha fatto passi avanti ma è ancora in coda. Il Jobs Act è buono, anche se manca la contrattazione locale. Bisogna ridurre ulteriormente gli strati locali della Pubblica amministrazione e usare i soldi per sgravi fiscali. L’Italia ha novemila comuni, alcuni con meno di 50 abitanti. La Banca d’Italia, dopo lo schiaffo degli stress test europei, si sta finalmente muovendo sul consolidamento e la riforma bancaria. L’Italia ha più sportelli bancari per abitante che farmacie o ristoranti. Servono meno banche e istituti più forti, senza aver paura di tagliare poltrone. E manca ancora la riforma più importante: quella della giustizia, che in Italia e la più incerta e lenta tra i Paesi occidentali. Di tempo ne abbiamo poco. Spero che il nuovo Presidente della Repubblica miri al cambiamento e non al compromesso».

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