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Bce, Draghi ricarica il bazooka ma incita i governi: chi può spenda

Mario Draghi insiste. Lo ripete in conferenza stampa, lo fa scolpire nero su bianco nel comunicato della Bce. Ha appena annunciato che i tassi d’interesse scenderanno in territorio negativo come mai prima e che il programma di acquisto di titoli da parte dell’Eurotower proseguirà ancora a lungo. Ma chiede che «i governi che hanno lo spazio fiscale per farlo, agiscano presto e in modo efficace». Un invito ai Paesi a “deficit zero”, insomma alla Germania, ma anche all’Olanda che perlomeno sta già discutendo un pacchetto di stimolo da 50 miliardi di euro, ad agire in fretta per scongiurare una recessione che anche agli occhi dei guardiani dell’euro è diventata più probabile.
Draghi non fa che ribadirlo da anni, e anche la sua erede Christine Lagarde lo ha imitato, la scorsa settimana: i governi non possono sempre scaricare sulla Bce il compito di stimolare l’economia. Undici milioni di posti di lavoro in più creati negli ultimi anni sono quasi tutti merito della Bce, ha precisato l’italiano. È arrivato il momento che anche Angela Merkel e Olaf Scholz smettano di scaricare su Francoforte il lavoro sporco. Tanto più che le stime di crescita e di inflazione sono state riviste al ribasso per i prossimi due anni dalla Bce — oltretutto al netto di un eventuale Brexit disordinata e delle tensioni nella guerra sui dazi.
Dunque, finché la Germania si ostina a imitare l’orchestrina del Titanic, a Draghi non resta che accentuare lo stimolo monetario, con buona pace degli strepiti che arrivano dalle maggiori banche tedesche, afflitte in particolare dai tassi negativi sui depositi. Ieri la Bce ha fatto spallucce e ha aumentato ancora gli oneri sui depositi, che arrivano così a -0,50%. Ma va detto che Francoforte ha introdotto un’importante soglia: fino a un limite fissato come un multiplo dei depositi obbligatori, le banche non pagheranno alcun tasso negativo. Oltre quella soglia, il tasso sarà più pesante, appunto, di dieci punti base. Alle banche particolarmente lagnose come Deutsche Bank, che paventano catastrofi finanziarie, Draghi ha replicato con sottile perfidia che qualche istituto dovrebbe guardare piuttosto al rapporto tra costi e ricavi. Quello della maggiore banca tedesca è tradizionalmente pessimo. Draghi è stanco di fare da capro espiatorio per un settore che ha accumulato sensazionali fallimenti gestionali. E, tanto per aggiungere una puntura di spillo, la Bce ha aggiunto un avverbio importante, nel comunicato: il costo del denaro resterà all’attuale livello finché l’inflazione non sarà “fortemente” salita verso l’obiettivo statutario del 2%. Anni, insomma. In barba alla tradizionale contrarietà dei “falchi” nordeuropei, Draghi ha anche riavviato gli acquisti di titoli pubblici e privati al ritmo di 20 miliardi al mese da novembre. Una discussione che ha spaccato il board, ma al presidente uscente non sembra fare né caldo né freddo. Così come non è sembrato intimidito dal tweet di Donald Trump, che in mezzo all’euforia dei mercati si è infuriato per la nuova mossa di Francoforte. Il presidente Usa aveva accusato la Bce di «svalutare l’euro contro un dollaro molto forte che danneggia il nostro export». L’italiano gli ha replicato, serafico, che «abbiamo un mandato: la stabilità dei prezzi. Non facciamo politica dei cambi. Punto». Ma è chiaro che guarda con preoccupazione alle pressioni che Trump sta esercitando sul presidente della Fed, Jerome Powell. E al quadro economico in peggioramento anche oltreoceano. Nella trincea in cui Draghi si è di nuovo dovuto infilare piovono proiettili. E le munizioni per difendersi non sono infinite.

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