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Bce contro Berlino, bocciata unione bancaria in due tempi

Le divergenze che covavano sotto la cenere da diverse settimane fra la posizione della Banca centrale europea e quella della Germania sull’unione bancaria sono venute clamorosamente allo scoperto alla riunione dell’Ecofin di ieri.
L’istituto di Francoforte e il Governo di Berlino sono in dissenso quasi su tutto. Il punto principale è la creazione di un’autorità per la risoluzione delle banche in difficoltà e un fondo che serva a pagare i costi della loro liquidazione, finanziato da contributi ex ante delle banche stesse. È il secondo pilastro dell’unione bancaria, che secondo la Bce deve nascere contemporaneamente al primo, cioè alla vigilanza unica sotto l’egida della Bce stessa, quindi a metà del prossimo anno. Lo ha ribadito ieri il membro tedesco del consiglio esecutivo della banca, Jörg Asmussen, che ultimamente era apparso più in linea con i suoi connazionali, avendo, secondo indiscrezioni, votato contro il taglio dei tassi d’interesse all’ultima riunione di Bratislava. Curiosamente, Asmussen si è trovato in questo caso su fronti contrapposti con il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, di cui era stato il principale collaboratore fino alla sua nomina alla Bce.
Schäuble è dell’avviso che per creare l’autorità di risoluzione si debba procedere a una revisione dei Trattati, un percorso che potrebbe richiedere anni, e nel frattempo ci si possa accontentare di un network di autorità nazionali. La prima a insistere sulla revisione dei Trattati era stata la Bundesbank. Il ministro riconosce che in questo modo l’unione bancaria nascerà con una struttura «di legno, non d’acciaio». È proprio quello che temono alla Bce: dovendo assumersi la responsabilità ultima della vigilanza, vogliono evitare danni alla propria reputazione (che possano avere ripercussioni anche sulla credibilità della politica monetaria) se dovessero individuare dei problemi in una banca, ma non ci fosse poi uno schema per affrontarne, e finanziarne, la liquidazione.
Prima di prendersi in carico la vigilanza unica, comunque, la Bce intende procedere – e lo ha ribadito ieri Asmussen – a un attento esame dei conti e della qualità dell’attivo. Un’operazione verità che si affiancherà agli stress test della European Banking Authority. Questo va in parte nella direzione indicata dai tedeschi, che vogliono che siano nettamente separati i potenziali problemi sorti sotto il precedente regime di vigilanza nazionale (e che quindi devono essere sanati con i bilanci nazionali), i cosiddetti “legacy problems”, e quelli successivi.
Quello dell’autorità europea di risoluzione delle banche e della creazione di un fondo è comunque un punto cruciale dell’unione bancaria, in quanto solo così si potrà spezzare quel circolo vizioso fra difficoltà degli istituti di credito e conti pubblici che ha contribuito negli anni scorsi ad aggravare la crisi. Il rifiuto tedesco è legato all’avversione a qualsiasi forma di mutualizzazione fiscale.
La Bce dissente anche dalla Germania sulla gerarchia dei creditori da coinvolgere in caso di crisi bancaria: prima vengono gli azionisti, poi gli obbligazionisti chirografari, poi quelli senior, quindi i depositanti non garantiti (sopra i 100mila euro). Sul trattamento di questi ultimi, Schäuble è stato ambiguo. Su un solo punto, le due posizioni collimano: la Bce e la Germania chiedono entrambe che le nuove regole e i nuovi strumenti per il “bail-in” dei creditori bancari entrino in vigore dal 2015, e non nel 2018, come chiede la Francia.

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