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Bce chiede un piano alle banche europee per smaltire i crediti di cattiva qualità

Basta rimedi estemporanei. La Bce chiede strategie chiare e precise di gestione e smaltimento del cattivo credito, pari a mille miliardi di euro in Europa di cui quasi un terzo di banche italiane. Le chiede – letteralmente oggi: entro stasera infatti decine di istituti dovranno restituire un questionario inviato dall’Eurotower a gennaio – allegato al test di controllo annuale detto “Srep” in cui ogni banca morosa pianifica come riportare sotto la soglia fisiologica, stimata nel 10% dell’attivo totale, le
Non performing exposures,
somma dei crediti sofferenza, di quelli di probabile inadempienza e di quelli scaduti da 90 giorni.
Tra le destinatarie della lettera di vigilanza sarebbero quasi tutte le italiane: Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Mps, Bper, Ubi, Vicenza & Veneto Banca, Carige. Tra le dirette vigilate di Francoforte sembra manchino solo le poco “sofferenti“ Mediobanca, Credem, Popolare di Sondrio. Il fatto è che l’Italia, dove il cattivo credito è in media al 16,4% degli attivi, fa meglio solo di Grecia (46,9%), Portogallo (19,7%) e Slovenia (19,2%) in questa classifica di guai. Le recenti dichiarazioni di Danièle Nouy sul settore bancario tricolore lasciavano pochi dubbi, e il nodo va sciolto costi quel che costi. Miliardi, comunque, perché i 13 miliardi di aumento chiesto da Unicredit ai suoi azionisti o i 20 miliardi stanziati dallo Stato per colmare i buchi creditizi in Mps, Vicenza, Veneto e forse altre sono il drammatico lascito della doppia recessione e dei prestiti mal concessi nel decennio scorso.
La vigilanza ha chiesto dapprima – entro la metà di febbraio una foto statica dei crediti problematici in essere, poi ha inviato ai banchieri un questionario dettagliato da restituire entro domani. Nelle richieste, da ritenere «non vincolanti ma come best practice», si esortano le banche con alti tassi di sofferenza a formulare, nel periodo 2017-2021, «piani operativi e questionari aggiornati nel primo trimestre di ogni anno» approvati dal management e in cui «sono definiti obiettivi di ammontare per tempi, tipologie, categorie, opzioni operative» per ridurre i crediti malati. Vanno indicati, nel budget e nel piano strategico, i costi di ogni misura. E se la strategia non dà risultati soddisfacenti le banche devono fare «adeguati e tempestivi accantonamenti a riserva ».
Da quanto si prepara e dai fatti noti le banche italiani stanno affrontando con tre diverse strategie i 191 miliardi di crediti deteriorati netti (di cui 88 sofferenze) che includendo le rettifiche salgono a 356 miliardi (dati Bankitalia del giugno scorso). Da un lato ci sono le banche con problemi creditizi tali da doverli affrontare subito, togliendo il dente e il dolore. Ma è un metodo drastico, che trasferisce il valore residuo di quei crediti interamente ai fondi compratori del mercato – che ci guadagnano anche il 15% annuo – mentre imputa di botto il costo agli azionisti degli istituti. Chiedere a Unicredit, al Montepaschi, alle due venete in dissesto, alle quattro banche ponte Marche, Etruria & C, a Carige. Solo Unicredit tra loro ha saputo ripulirsi dalle sofferenze – che hanno prodotto 30 miliardi di perdite aggregate dal 2011 – con le proprie forze, vendendo a due fondi, per poco prezzo e in tranche, vecchie sofferenze senza garanzie reali per 17,7 miliardi. Le altre che hanno deciso per il taglio netto hanno attinto denari dallo Stato (Mps, Vicenza & Veneto, vedremo Carige) o dal settore bancario (le quattro good bank), formando o studiando veicoli speciali per le sofferenze tipo bad bank. Tra chi adotta opzioni “intermedie” ci sono Ubi, Banco Bpm, Bper, Creval, Popolare di Bari. I loro banchieri hanno in cantiere un mix di interventi tra scorporo di crediti, cessione dei portafogli che spuntino prezzi più vicini a quelli dei bilanci, vendita di piattaforme di recupero e relativi contratti di gestione con la banca stessa, escussione di immobili e cartolarizzazioni con garanzia statale (solo Bari finora). Tutto per ridurre il numeratore dei crediti difficili, lasciando il minimo possibile ai compratori opportunistici dei fondi. Capitolo a parte merita Intesa Sanpaolo, che ha scelto di risanarsi in casa i 30 miliardi di crediti deteriorati, investendo 200 milioni in personale e reti dedicate, oltre ad accrescere la massa dei crediti totali (il piano 2014-2017 stimava 160 miliardi in più) per diluire il rapporto lordo con quelli problematici (ora al 14,7%) fino al 10,5% nel 2019; e da lì scendere poi sotto il 10% che la Bce chiede per tutti nel 2021. Ma la “banca per il paese” avrà bisogno del paese per cogliere l’obiettivo senza dover cedere prestiti malati, svalutando di conseguenza.

Andrea Greco

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