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Bce in campo prima della Fed per dare liquidità alle imprese

Ormai persino il linguaggio è lo stesso. Nella conferenza stampa del 29 aprile, il presidente della Federal reserve, Jerome Powell, ha usato parole che sembravano copiate dalla Banca centrale europea: «Lo scopo principale di questi acquisti di titoli è quello di preservare un funziomento senza intoppi del mercato e un’effettiva trasmissione della politica monetaria». Eppure le politiche delle due banche centrali non sono uguali. Perché?

La Fed è apparsa decisamente più aggressiva della Bce. Al di là del nuovo quantitative easing (qe) illimitato nel tempo e nell’ammontare, rivolto però soltanto ai titoli di Stato o con garanzia del Tesoro, ha varato una lunga serie di strumenti, ciascuno finalizzato a un obiettivo: si va dalla Commercial Paper funding facility, al Main Street lending program, alla Municipal Liquidity Facility, fino agli acquisti di titoli corporate. La Fed è pronta a concedere prestiti diretti alle imprese fino a 3.200 miliardi di dollari. Al confronto la Bce sembra aver fatto meno. Ha esteso il suo qe, e gli ha affiancato un programma simile, il Pepp, da 750 miliardi di euro che durerà almeno fino a dicembre. Ha inoltre ampliato le aste di liquidità “targeted”, finalizzate alla concessione di prestiti alle imprese: con Tltro e Peltro alle banche saranno riconosciuti tassi negativi se convoglieranno liquidità verso l’economia.

Perché queste differenze? Non è una questione di mandati diversi, che in questa fase sono stati messi tra parentesi. Politiche così “espansive” – ma il termine non è corretto – in tandem con i governi sono già un helicopter money, sia pure nella versione tecnocratica e non populista di Ben Bernanke, ex presidente della Fed.

La differenza è soprattutto nella diversità delle situazioni da affrontare. Le due economie rispondono in maniera diversa a shock e politiche. Negli Stati Uniti, per esempio, – come sottolinea Stephen L.Jen di Eurizon Slj Capital – il lavoro è meno protetto che in Eurolandia. Da sempre la maggior flessibilità dell’economia Usa richiede e permette misure più aggressive. All’inizio della pandemia, la Fed era inoltre un po’ “indietro” rispetto alla Bce. Il suo bilancio, a fine 2019 era pari – secondo BankofAmerica – al 19% del Pil Usa, mentre quello della Bce era pari al 39% del Pil di Eurolandia. A fine anno gli attivi raggiungeranno rispettivamente il 38% e il 58% del Pil: le dimensioni sono quindi simili.

Diversi erano anche i punti di partenza in relazione al finanziamento delle imprese. I dati di marzo, già disponibili, mostrano la “fame di finanziamenti” delle aziende: i prestiti di Eurolandia, dopo essere cresciuti da agosto 2017 ad aprile a un ritmo medio dello 0,16% mensile (l’1,9% annuo), a marzo sono saliti dello 0,25% (+4% rispetto a marzo 2019). Negli Usa da un incremento dello 0,5% mensile si è balzati a un +9,6 per cento.

La Bce aveva però già affrontato il problema di far arrivare la sua liquidità alle imprese, attraverso le sue Tltro e il quantitative easing allargato fin dall’inizio alle obbligazioni private e ai covered bond, con risultati positivi. In Eurolandia, inoltre, le imprese dipendono molto dalle banche: l’80% dei loro finanziamenti passa attraverso le aziende di credito, negli Stati Uniti il 20%. A fine 2019, il totale dei prestiti alle imprese era pari al 37,5% del Pil (nominale) nella Uem, e dell’11% negli Usa. È stata quindi la Fed, e non la Bce, che ha dovuto introdurre una serie di programmi specifici per raggiungere le imprese.

C’è anche un importante motivo di politica monetaria. La moneta “della banca centrale”, la base monetaria, non si trasforma in offerta di moneta automaticamente, ma quando le banche concedono crediti alle imprese accreditando fondi sui loro depositi. I nuovi prestiti diretti alle imprese della Fed, invece, trasformano la base monetaria direttamente in offerta di moneta, che in questo modo aumenta fortemente. C’è quindi un rischio molto più alto negli Usa di far esplodere l’inflazione: i prestiti diretti sono uno dei motivi per i quali gli economisti Charles Goodhart e Manoj Pradhan ritengono che l’inflazione possa salire al 5% e forse anche al 10 per cento.

In realtà l’aumento dell’offerta di moneta sembra al momento essere decisamente sotto controllo, negli Stati Uniti: M2, la misura più ampia calcolata per quella economia, è aumentata del 12,6% tra il 2 marzo e il 27 aprile, ma a fronte di un aumento della base money del 43,6%. I dati Bce sono più indietro, ma M3 – più ampia dell’M2 Usa – è aumentata a marzo del 2,5% mensile (del 7,5% rispetto a marzo 2019), dopo essere cresciuta per cinque anni a un ritmo dello 0,4% (+4,6% annuo), con una base monetaria cresciuta del “solo” 6%. In Eurolandia, insomma, ogni milione di euro di base monetaria in più si è trasformato a marzo in 1,5 milioni di offerta di moneta (M2), mentre negli Usa un milione di dollari di base monetaria si è trasformato in 1,1 milioni di offerta di moneta (M2). Sono dati che andranno aggiornati, nel tempo, ma al momento la “leva” a disposizione della Bce è maggiore di quella della Fed: permette e consiglia un intervento meno deciso.

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