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Bce: basta tagli ai tassi, ma non saliranno subito

Sulla Bce, anche gli analisti finanziari si dividono da molto tempo in “Germania contro il resto del mondo”. Ma essendo Joerg Kraemer di Commerzbank, l’economista che una volta ha definito l’eurozona «l’unione monetaria italiana», anche un analista brillante, ha ben sintetizzato il senso della seduta di ieri: «Frusta e zuccherino». D’un lato Mario Draghi ha introdotto per la prima volta un cambiamento di linguaggio che prelude alla cosiddetta “normalizzazione” delle politiche monetarie, che rende felici i tedeschi e gli altri “falchi” dell’area euro. Dall’altra ha fatto capire che sarà un’uscita al rallentatore e ne ha rinviato l’avvio, intanto, regalando un gran sospiro di sollievo a Paesi come l’Italia o la Grecia, gravati da debiti pubblici giganteschi. Un capolavoro diplomatico.
Dopo la “guerra dei sette anni” come la chiama il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, la crisi sembra davvero alle spalle. La ripresa «sta accelerando», l’economia dell’eurozona «va meglio del previsto» e la deflazione «è scongiurata », ha confermato ieri il presidente della Bce nella conferenza stampa successiva al consiglio direttivo. Le stime di crescita sono state alzate di un decimale per ogni anno da qui al 2019: sarà l’1,9% quest’anno, poi l’1,8% e infine l’1,7%.
Un miglioramento che ha consentito ai banchieri centrali – riuniti nella capitale estone per la “gita fuori porta” del consiglio, l’annuale seduta in uno dei diciannove Paesi della moneta unica – di escludere anzitutto nuovi tagli dei tassi. Dal comunicato della Bce è sparito il riferimento al fatto che i tassi, che rimarranno al livello attuale «per un periodo prolungato di tempo» potranno essere «più bassi». Per un altro analista di lungo corso, Carsten Brzeski (Ing), «è il primo baby-passo verso il tapering», la diminuzione degli acquisti dei titoli privati e pubblici che attualmente procede al ritmo di 60 miliardi di euro al mese. E che, ha detto il governatore, «continuerà fino alla fine di dicembre o oltre se necessario ».
Draghi non ha detto una sillaba su come verrà organizzata l’uscita dagli acquisti, ma è probabile che lo faccia alla riunione di settembre, quando verranno aggiornati i dati macroeconomici. Ed è proprio dall’altro dato aggiornato ieri che arriva la spiegazione della “frusta” (per le orecchie dei falchi), cioè il rinvio dei passi concreti o di un linguaggio più esplicito. L’inflazione, infatti, è ancora troppo spinta dai prezzi «degli alimentari e degli energetici » e ha una curva generale troppo piatta, al netto dei picchi e delle cadute del prezzo del petrolio degli ultimi mesi. Le stime sono state persino riviste in peggio: +1,5% nel 2017 (due decimi meno rispetto alle stime di marzo); +1,3% nel 2018 (meno tre decimi) e +1,6% nel 2019 (meno un decimo).
Infine, Draghi ha dedicato un passaggio all’Italia. Per noi il rallentamento degli acquisti dei bond e il rialzo dei tassi significano un problema: «Certo, i Paesi con conti deboli, bassa crescita e mancanza di riforme strutturali saranno più colpiti», ha sottolineato. Ma la Bce non orienta le proprie decisioni in base alle scelte dei singoli paesi. O alle mancate scelte, come nel caso nostro.

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