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Bce: banche italiane migliorate ma resta aperto il nodo degli Npl

Il sistema bancario italiano è migliorato «molto» rispetto al passato, sia dal punto di vista dei «livelli di capitale» che nella «governance». Sia chiaro: qualcosa resta ancora fare, «ad esempio sul piano dei non performing loans». Nel complesso, tuttavia, «siamo sulla strada giusta».
È un quadro complessivamente incoraggiante quello tratteggiato ieri da Sabine Lautenschläger, vicepresidente del board della vigilanza bancaria europea. Figura forte del Single supervisory mechanism, accanto alla presidente Danièle Nouy, la funzionaria tedesca nel corso di un convegno all’Università Bocconi ha tenuto a sottolineare come il settore creditizio italiano abbia fatto importanti passi avanti nel corso degli ultimi mesi.
A quasi un anno dall’avvio dell’Ssm – partito il 4 novembre 2014 -, le banche italiane possono dire di aver migliorato i ratio patrimoniali in maniera significativa: tanto che secondo le indiscrezioni oggi solo due istituti, ovvero Veneto Banca e Popolare Vicenza, sono usciti dagli esami sui requisiti prudenziali (i cosiddetti Srep) con indicatori di vigilanza al di sotto dei minimi regolamentari. Per gli altri istituti italiani lo scenario si prospetta invece più sereno, nonostante esistano sfumature di giudizio tra le diverse realtà.
Continua pagina 35 Luca DaviContinua da pagina 33 Se c’è invece un elemento che accomuna un po’ tutte le banche italiane, quello è il peso dei crediti deteriorati.
Focus sulle sofferenze
Un fardello che, solo per ciò che riguarda le sofferenze lorde, valeva circa 197 miliardi a luglio, secondo i dati dell’Abi. È su questo punto che il vice capo dell’Ssm ha posto l’accento. Ricordando che quello del deconsolidamento degli npl è un fronte su cui gli istituti devono ancora lavorare. In parte, in verità, lo stanno già facendo, come segnala il fermento sul versante delle compravendite di pacchetti di crediti a fondi specializzati. La stessa UniCredit ieri ha annunciato la cessione di 1,2 miliardi di euro di sofferenze ad Anacap (si veda articolo in pagina). Ma il peso dei deteriorati è tale che senza una bad bank difficilmente il settore bancario può rimettersi in sesto da solo. Per questo motivo, la bad bank è «uno degli strumenti possibili di cui tener conto», ha detto Lautenschläger, «anche se non è l’unico». Per la funzionaria dell’Ssm «bisogna pensare però a come implementare» la bad bank, tenendo conto delle «normative nazionali dei singoli paesi». Proprio nei giorni scorsi il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, aveva ragionato sull’importanza del lancio di un Amc (asset management company, un veicolo per la gestione degli asset), una sorta di bad bank, che acquistando i prestiti in sofferenza dalle banche «contribuirebbe a far partire il mercato dei non performing loans».
Il nodo della governance
Se gli Npl sono un tema per l’Italia e per gli altri paesi periferici, quello della governance è uno dei punti deboli di diverse banche europee. I primi risultati degli Srep sui 123 istituti europei sotto vigilanza Ue «indicano che una serie di banche, pur soddisfacendo i requisiti nazionali, non abbraccia le migliori pratiche internazionali sotto il profilo della governance», ha detto Lautenschläger. Tra le principali osservazioni della Bce ci sono «esempi di concentrazione di potere nelle mani di singoli membri del consiglio di amministrazione». Ma anche «la mancata separazione tra funzioni di gestione del rischio e di audit all’interno di una banca, l’esistenza di asimmetrie informative tra i membri del Cda e casi in cui quest’ultimo semplicemente non dedica abbastanza tempo a discutere e ponderare singoli problemi».
Il consigliere della Bce ha sottolineato anche come il sistema bancario europeo, a distanza di anni dallo scoppio della crisi finanziaria, abbia bisogno di fiducia, un elemento «essenziale affinché le banche possano operare, promuovere la crescita economica e conferire valore aggiunto alla società». Il compito dei banchieri sarà quello di «sviluppare modelli di business sostenibili con una chiara prospettiva di lungo periodo».
Tornando al tema della governance, va detto che una delle prima banche europee a varare una riforma interna è stata Intesa Sanpaolo, che nelle scorse settimane ha deciso di passare dal sistema duale al monistico. Una scelta che, ha precisato ieri il presidente del Cdg, Gian Maria Gros-Pietro, è una «iniziativa interna» senza che «regolatori e investitori abbiano indicato preferenze». E che, come solo obiettivo, ha quello di garantire alla banca un «sistema efficace con elevata capacità di governance». Gros Pietro ha sottolineato che «dove la governance è debole bisogna rimediare con maggior quantità di capitale».
Gros Pietro infine è intervenuto anche sul ruolo di Intesa nel risiko delle popolari, visto che Banca Imi – la merchant bank del gruppo di Ca’ de Sass – garantirà l’aumento di capitale da 1 miliardo di Veneto Banca nel 2016. «Noi non intendiamo avere alcun ruolo di tipo proprietario, facciamo la banca, quando ci sono clienti, nell’ambito del capital market, noi siamo pronti ad azioni, come stiamo facendo con Veneto Banca».

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