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Bcc, verso il no al «riscatto» delle riserve

La riforma del credito cooperativo dovrebbe finalmente vedere la luce oggi. Se ancora ieri restava l’incertezza sul numero dei decreti legge nei quali scorporare i vari aspetti delle misure sulle banche, la necessità di approvare finalmente i capisaldi dell’autoriforma proposta dal sistema è ormai un dato di fatto. Il rischio di trascinare ancora il provvedimento, dietro le incertezze degli altri temi bancari all’attenzione dell’esecutivo, è che la compattezza raggiunta con un percorso non del tutto indolore dal credito cooperativo possa venir indebolita dalle spinte centrifughe che comunque permangono all’interno di quel mondo. Ma soprattutto, che dall’Unione Europea possa arrivare qualche segnale di impazienza, visto che il governo italiano si era impegnato a varare la riforma entro lo scorso 31 dicembre. Da qui la necessità di dare un segnale, almeno questo è l’auspicio di chi aspetta ormai da quasi un mese.
Il dissenso rispetto a un obbligo di fatto di aderire a una nuova capogruppo unica – con l’eccezione delle realtà altoatesine che avranno una loro holding – nelle ultime settimane si è coagulato attorno alla richiesta, che in queste ore è stata posta all’attenzione del premier Matteo Renzi (come già anticipato dal Sole 24Ore del 4 febbraio scorso) di ottenere una way-out. E cioè, di consentire un affrancamento o riscatto a sconto delle riserve cumulate con l’accantonamento di utili in esenzione di imposta (che altrimenti andrebbero interamente devolute al sistema), per poter continuare a essere una banca di credito cooperativo senza l’obbligo di trasformarsi in banca popolare o in spa (che, senza riserve, equivarrebbe comunque a cessare l’attività). A sollecitare questa soluzione è un gruppo di una quindicina di banche, alcune radicate in Toscana, come il gruppo Cabel, nell’alto Lazio, al Sud, in particolare a Bari, e poi ci sono la Bcc di Bologna e la Cassa Padana. La prospettiva che palazzo Chigi possa inserire all’ultimo minuto questa previsione, però, pare remota. E?questo perchè, dopo aver ricercato con fatica il consenso di buona parte del sistema affinchè si ceda parte dell’autonomia a favore della capogruppo, si aprirebbe un varco per l’uscita. A quel punto, anche chi si era convinto ad aderire potrebbe ripensarci e cambiare strada.
Tornando alla riforma, in base al testo varato la scorsa settimana, è prevista la costituzione di una capogruppo spa con licenza bancaria «il cui capitale è detenuto in misura maggioritaria» dalle Bcc. La capogruppo, il cui capitale minimo è fissato per ora a 1 miliardo, esercita funzioni di indirizzo e controllo e ad essa le banche aderiscono attraverso un contratto di coesione. Alla Banca d’Italia viene affidato il compito di definire il «contenuto minimo del contratto». Questo «disciplina la direzione e il coordinamento della capogruppo sul gruppo». Alla capogruppo sono attribuiti anche gli «indirizzi strategici e gli obiettivi operativi». E ancora: essa «può nominare o opporsi alla nomina o revocare uno o più componenti, fino a concorrenza della maggioranza degli organi di amministrazione» delle Bcc. Il contratto prevede «la garanzia in solido delle obbligazioni assunte dalla capogruppo e dalle altre banche aderenti». È questo il meccanismo che consente, in sostanza, la messa a fattor comune del patrimonio delle singole banche creando un gruppo dal patrimonio di 20 miliardi.
Il testo prevede anche una clausola che consente alle Bcc di scendere sotto la soglia del 51%, qualora fosse necessario reperire più risorse. «Il ministero dell’Economia – si spiega – può stabilire, su proposta di Banca d’Italia, una soglia di partecipazione delle Bcc al capitale della capogruppo diversa tenendo conto delle esigenze di stabilità del gruppo».

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