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Bcc, una newco per la capogruppo unica

Un nuovo veicolo societario, una cosiddetta newco, che ottenga dalla Banca d’Italia la licenza bancaria e sia controllata dalle banche di credito cooperativo. Potrebbe essere questo il modello per l’autoriforma del sistema in grado di coagulare il consenso di buona parte di quell’universo bancario, in particolare degli istituti di maggiori dimensioni e dai migliori requisiti patrimoniali che sono meno avvezzi a rinunciare alla propria autonomia. Per ora l’associazione che rappresenta il credito cooperativo, Federcasse, mantiene le carte coperte sul progetto finale, anche se l’orientamento già è stato espresso nelle scorse settimane: ovvero la creazione di uno o più gruppi in grado di aggregare, attraverso un patto di dominio, le 376 banche. Aperta è rimasta, però, la scelta sul profilo della o delle spa destinate a coagulare le realtà bancarie. Nel gennaio scorso, quando il governo aveva avanzato e poi ritirato un progetto di riforma, era stato individuato come soggetto una spa bancaria e questo aveva spinto a pensare all’Iccrea, unica spa bancaria nel comparto, come a un veicolo ideale. Venerdì scorso la stessa Iccrea ha scoperto le proprie carte, ufficializzando la propria candidatura ad assumere il ruolo di holding di controllo. Una discesa in campo che però ha creato allarme e preoccupazione nel sistema, in particolare tra gli istituti più solidi e ben patrimonializzati radicati in Trentino Alto Adige, Lombardia, Lazio, Emilia, Toscana e parte del Veneto. La preoccupazione è legata al fatto che la natura di Iccrea la rende portatrice di un importante conflitto di interessi: la società, infatti, vende prodotti e servizi alle bcc che scelgono di avvalersene (leasing, risparmio gestito etc). Se diventasse una holding di controllo alla quale sarebbe in parte delegata da Banca d’Italia la vigilanza sulle controllate, si potrebbe configurare il rischio di un condizionamento al fine di ottenere l’acquisto dei proprio prodotti. Da qui la reazione di molti, che sono pronti a sfilarsi dalla riforma o a reagire nelle sedi opportune per rigettare il modello.
Altra cosa sarebbe la costituzione di una nuova società, controllata dalle bcc come lo è oggi Iccrea, il cui compito sarebbe esclusivamente il controllo e la vigilanza. Per raggiungere questo obiettivo sarà importante capire anche cosa prevedrà il decreto legge cui sta lavorando il governo: se dettami e paletti costringono a individuare Iccrea come soggetto da privilegiare, oppure se le maglie saranno più larghe lasciando al sistema il compito di accordarsi sulla scelta migliore. C’è la possibilità che il decreto legge possa approdare nel consiglio dei ministri di domani, anche se le chances al momento sembrano molto basse. Altrimenti viene rinviato a dopo l’estate perchè verrebbero a mancare i tempi per la conversione del decreto.
La strada delle newco, dotata magari di un sistema duale con consiglio di sorveglianza e consiglio di gestione, potrebbe convincere. La società dovrebbe comunque aprire il capitale al mercato, mantenendo una quota di ampia maggioranza al credito cooperativo. Le bcc non possono fondersi, ma il controllo attraverso il patto di dominio avrebbe come conseguenza (oltre alla rinuncia dell’autonomia sulla scelta dei consiglieri di amminitrazione o sugli sportelli da aprire, per fare qualche esempio) quella di mettere a fattor comune il patrimonio libero delle banche più virtuose con quello delle banche con maggiori problemi patrimoniali e riportare così in equilibrio il sistema complessivo. E tutto questo ha un prezzo: con questo meccanismo chi è più virtuoso potrebbe vedersi limitare i propri progetti di credito o di espansione perchè il patrimonio libero va a coprire i rischi assunti da altri. Per questo motivo sarà fondamentale che la società di controllo eserciti la vigilanza per spingere chi ha più difficoltà a migliorare la gestione. Il sistema, in ogni caso, spinge anche perchè sia comunque consentita un’alternativa per chi non vuole aderire al modello. E cioè, potersi trasformare in spa senza dover devolvere al ministero per lo sviluppo economico il patrimonio accumulato negli anni con gli utili portati a riserve indivisibili.
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