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Bcc Schema a tre punte per la riforma Trento e Bolzano da sole, l’Iccrea per le altre

Il summit è convocato per il 12 marzo a Roma, nella sede della Federcasse, l’Abi dei piccoli istituti mutualistici. Ci sarà lo stato maggiore delle Banche di credito cooperativo (Bcc) per una riunione cruciale del Consiglio nazionale dove sono rappresentate le 15 federazioni regionali, espressione di 379 istituti di credito e dei loro 1,2 milioni di soci. Per il presidente Alessandro Azzi e per tutto il sistema delle Bcc e Casse rurali è un passaggio delicato. Da lì dovrà uscire una proposta di autoriforma condivisa, da tradurre in una revisione degli articoli 33 e 37 del Tub (Testo unico bancario) con cui andare al confronto con la Banca d’Italia e il ministero dell’Economia di Pier Carlo Padoan. Ma non sarà una passeggiata perché un sistema così complesso, a forte vocazione locale, esprime anime e autonomie territoriali accentuate. E infatti si discute con toni vivaci. 
Adesso però sembra emergere un accordo che si può sintetizzare così: al vertice una holding spa da creare ex novo e sotto tre gambe rappresentate dalle Bcc della provincia di Trento, Bcc di Bolzano e infine Iccrea quale capogruppo di tutte le altre banche. Con la richiesta di 18 mesi per arrivare al disegno finale, che non sarebbe sgradito a Bankitalia. Anche se va detto che altre ipotesi restano sul tavolo.
Tutto il mondo delle Bcc è in fibrillazione dopo la frase pronunciata da Matteo Renzi («Togliere le banche ai signorotti») alla vigilia del decreto legge del 20 gennaio sulla trasformazione delle grandi popolari in Spa. C’erano anche le Bcc, in una prima bozza della norma, che avrebbe consegnato le banche mutualistiche alle direttive del Tesoro e della Vigilanza di Palazzo Koch. Scampato il pericolo, è stato imboccato il sentiero dell’autoriforma che ha avuto la rassicurazione di Padoan: «Per le Bcc non è allo studio un decreto, ma sono troppe e troppo piccole». Nell’audizione davanti alla Camera, il numero uno di Federcasse ha chiesto «qualche settimana» per arrivare a una proposta organica, rimarcando i paletti irrinunciabili. Primo: l’indipendenza del sistema Bcc da capitali esterni, tanto più da quelli «impazienti». Secondo: la natura locale e mutualistica, dove ogni testa conta un voto e il credito è rivolto ai soci. Terzo: la storia di player bancario alternativo ai gruppi integrati, quotati e obbligati al profitto. E questo, per quanto il mondo della Federcasse sia un pezzo rilevante del credito.
L’aggregato delle 379 banche conta su 4.460 sportelli, una quota di mercato nella raccolta del 7,9% e negli impieghi del 7,3% (ma sale al 22% nelle imprese artigiane). Anche sotto il profilo prudenziale le Bcc non sono messe, in media, peggio di altre: il patrimonio arriva a 20 miliardi con un Tier 1 del 15,6%.
La mediazione
Un mondo di cui Azzi, presidente della Bcc del Garda di Montichiari, al vertice della federazione da 24 anni, conosce ogni risvolto. E alle doti «politiche» di mediatore dovrà appellarsi per tenere assieme il sistema alla vigilia di una rivoluzione, maturata sulla scia dei requisiti prudenziali di capitale che sono il «mantra» all’Eurotower e in Bankitalia. La consapevolezza è che il network andrà semplificato. Che si andrà verso una maggiore integrazione tra le 379 realtà , dove il podio per dimensioni è occupato dalle Bcc di Roma (7,7 milioni di attivo), Alba (3,5 ) e Cambiano (2,6). Il punto è come orientare la riforma per tenere tutti assieme. E riuscirci entro un mese, termine chiesto dal Tesoro.
Le bozze fin qui circolate tra i tecnici di Padoan e quelli di Carmelo Barbagallo, capo della Vigilanza, sono imperniate su una capogruppo bancaria in forma di spa che esercita «la direzione e coordinamento» sulle Bcc aderenti sulla base di un «contratto» che riconosce alla holding «gli indirizzi strategici e i poteri necessari» inclusi i controlli sui «requisiti prudenziali» in materia di credito e patrimonio. Oltre al potere di veto sulla «nomina di almeno la maggioranza» dei consiglieri di ogni Bcc. La Spa potrebbe prestare garanzie e sottoscrivere «azioni di finanziamento» a favore delle banche in difficoltà. Tutto questo con adesione obbligatoria, pena la revoca della licenza. Nessun socio diverso dalle banche cooperative potrebbe avere più del 10% ma la Spa potrebbe essere aperta fino a due terzi ad altri soggetti. Ci sarebbe un ampio potere discrezionale di Bankitalia demandata a fissare «i contenuti minimi del contratto, i requisiti dimensionali della capogruppo e il numero minimo di banche cooperative aderenti».
Candidata naturale al ruolo di holding sarebbe l’Iccrea presieduta da Giulio Magagni, oggi una banca di secondo livello controllata dalle stesse Bcc. Infatti servirebbe escludere l’applicazione delle norme del Codice civile sul controllo incrociato. Bankitalia punterebbe a una sola capogruppo che tenga assieme tutto il sistema: un modello federativo «forte» non dissimile da quello del Crédit Agricole. All’estremo opposto, caldeggiato da alcune realtà delle Bcc, ci sarebbe quello delle Casse Raiffeisen tedesche e austriache con meccanismi di solidarietà basati sulla «tutela istituzionale» .
Lo schema
Federcasse potrebbe «digerir e» la soluzione Iccrea purché aperta solo a realtà estere cooperative e con un «contratto di adesione» che garantisca autonomia alle Bcc virtuose. Con una sola capogruppo verrebbe però meno il ruolo delle Federazioni regionali, un perno negli equilibri del sistema. Per questo c’è chi ha proposto quattro capogruppo per il Nordest (90 Bcc nel solo Trentino), Nordovest (42 in Lombardia), Centro e Sud, che entro un paio di anni convergerebbero sotto l’Iccrea. Ma la spinta autonomistica di Trento e Bolzano ha portato a rivedere lo schema. Che adesso avrebbe tre gambe.

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