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Bcc, il Governo verso la riforma

Una cornice normativa adatta a favorire il processo di autoriforma delle banche di credito cooperative. E una strategia “a due stadi” per accelerare al risoluzione del problema dei crediti deteriorati nei bilanci delle banche italiane. In campo creditizio, il governo accelera sul terreno delle riforme che possono sostenere la ripresa economica e con ogni probabilità se ne parlerà già nel prossimo consiglio dei ministri al rientro del presidente del Consiglio Renzi e del ministro dell’Economia Padoan dai rispettivi tour internazionali.
Per le banche di credito cooperativo sin dal mese di gennaio scorso si era costituito un tavolo di confronto informale con Palazzo Chigi e con via XX settembre per sviluppare il processo di autoriforma delle 376 banche di credito cooperativo e casse rurali che garantiscono il 7,3 per cento del mercato degli impieghi, con 135 miliardi di impieghi erogati. Una razionalizzazione e un ammodernamento del sistema è stato del resto a più riprese chiesto dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Il quale non più tardi di una settimana fa a Trento, in occasione del suo intervento al festival dell’economia aveva dichiarato:«Mi attendo in tempi brevi» una riforma delle Bcc che mantenga «i valori fondamentali della cooperazione e del legame col territorio» ma, attraverso l’aggregazione, consenta «l’accesso al mercato dei capitali» e aveva aggiunto che «avere un gruppo o più gruppi, che siano in grado per struttura societaria di intervenire per compensare gli squilibri e mettere fondi in modo agevole anziché liquidare gli istituti è importante». Quanto alla questione dei crediti deteriorati e a come garantire un più rapido smobilizzo dei 200 miliardi di sofferenze e degli altri 150 miliardi di non performing loans, giovedì dovrebbe andare in discussione al cdm il primo stadio dell’intervento di governo: la presentazione di un provvedimento che accorci in modo deciso i tempi attualmente molto lunghi del recupero crediti. Il secondo stadio, invece, passa per il fitto dialogo intrattenuto dai tecnici del Tesoro e della Banca d’Italia con l’Unione europea. E potrebbe dare frutti in tempi rapidi soprattutto per quel che riguarda l’anomalia della parziale indeducibilità fiscale delle rettifiche su crediti. Il governo ha infatti scritto una lettera alla Commissione europea per consultarla in anticipo sull’ipotesi di modificare il trattamento fiscale degli accantonamenti sui crediti deteriorati, garantendo la deducibilità fiscale delle perdite su crediti entro l’anno. Come si sa, fino a due anni fa le perdite su crediti di una banca potevano essere dedotte in quote annuali solo in un arco temporale lunghissimo e pari a diciotto anni.
Dal 2013 la norma è stata modificata e il periodo di deducibilità è sceso dai 18 ai cinque anni. Il problema di natura fiscale però è stato ridotto ma non annullato: infatti dal punto di vista fiscale negli altri paesi europei le svalutazioni su crediti vengono fiscalmente dedotte nello stesso anno in cui vengono effettuate. L’anomalia italiana ha peraltro prodotto un livello particolarmente elevato di “imposte differite attive” per il sistema creditizio e proprio questo aveva attirato qualche mese fa l’attenzione della Commissione Ue che vi aveva ravvisato un “fumus”di aiuti di stato. Il Tesoro ha dapprima chiarito che non c’è nessun aiuto di stato (neanche sotto forma di aiutino sui ratios patrimoniali, perché il problema è invece quello di allineare al più presto la legge fiscale italiana a quella europea) e poi ha consultato la Commissione Ue.

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