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Bcc, holding unica con «way out»

Il sistema del credito cooperativo stava aspettando ormai con una certa ansia il via libera al decreto che fissa i capisaldi dell’autoriforma. E il dibattito che nella tarda serata di ieri si è sviluppato all’interno del consiglio dei ministri è la conferma delle preoccupazioni che crescevano all’interno del credito cooperativo. In consiglio c’è stata dapprima una discussione sull’opportunità di riaprire il varco alla costituzione di più di una holding di aggregazione del mondo cooperativo. E questo dopo che un lungo confronto all’interno del mondo del credito mutualistico aveva portato, non più di un mese fa, a trovare l’accordo per la costituzione di un’unica capogruppo – fatto salvo il caso delle Bcc altoatesine (gruppo Raiffeisen)- il cui capitale minimo nelle ultime bozze del decreto viene fissato a un miliardo. Negli ultimi giorni, però, si sono fatte più forti le rimostranze di un gruppo di Bcc, dal gruppo Cabel in Toscana, alla Bcc di Bologna e alla Cassa Padana, per ottenere la possibilità di un way-out rispetto all’adesione obbligatoria alla holding (altrimenti la prospettiva è la devoluzione delle riserve) oppure di ottenere una soglia di capitale più bassa della capogruppo con lo scopo di poterne costituire più di una. Alla fine è prevalso l’orientamento per una holding unica, come prevedeva la bozza iniziale del decreto-legge. Ma il governo ha aperto invece alla way out, per chi non vuole aderire alla nuova holding, limitandone l’impatto con l’innalzamento della soglia patrimoniale delle Bcc che ne volessero usufruire a 200 milioni. Viene consentito l’affracamento delle riserve (che altrimenti andrebbero devolute) a sconto, pagando all’Eraraio una quota dle 20% ma mantenendo poi la forma cooperativa. Sono circa una decina le Bcc con patrimonio superiore: la prima è la Bcc di Roma, con oltre 700 milioni, che però non avrebbe interesse a sganciarci. Superiore ai 200 milioni è il patrimonio di Chianti Banca e di Cassa Padana, che hanno contrastato con forza l’autoriforma. L’impatto sul nuovo gruppo, supponendo che tutte le altre uscissero a eccezione di Roma, sarebbe circa su un miliardo di patrimonio in meno rispetto ai 20 miliardi ora detenuti dalle Bcc.
Se l’introduzione dell’affrancamento non ne minerà le basi, quella approvata ieri costituisce una rivoluzione nel mondo della cooperazione cui ora dovrà essere data attuazione con la regolamentazione della Banca d’Italia e, di pari passo, con una serie di passaggi e accordi che le 364 banche, le due holding industriali, le quindi federazioni locali e l’associazione nazionale Federcasse devono trovare, soprattutto sulla governance. Il lavoro dei vari soggetti, vigilanza e banche, era però in fase avanzata ed è stato portato avanti sottotraccia dall’autunno dello scorso anno, quando ormai il consenso di buona parte del sistema e dei regolatori su come doveva cambiare il credito cooperativo si stava consolidando. Se il decreto concede 18 mesi dall’emanazione dei regolamenti di via Nazionale per trasmettere il contratto di coesione e le banche che aderiranno alla nuova capogruppo unica al regolatore, il nuovo gruppo, che sarebbe il più patrimonializzato in Italia con una dotazione di 19-20 miliardi, potrebbe vedere la luce molto prima, probabilmente nell’ultimo trimestre di quest’anno. Una bozza del nuovo contratto di coesione, composta di 40 articoli, è già pronta.
Con il varo del decreto, il sistema è pronto a costituire il primo veicolo societario che costituirà l’embrione della nuova capogruppo. Dovrebbe nascere dall’integrazione dei due gruppi industriali – già dotati di licenza bancaria – Iccrea holding e Cassa Centrale Banca, che perderanno la loro identità per diluirsi nel nuovo veicolo di controllo. Le due realtà industriali destinate a integrersi per dare vita al primo embrione della holding portano in dotazione un patrimonio complessivo di circa 1,7 miliardi.
L’autoriforma del credito cooperativo fa perno sulla costituzione di una capogruppo costituita in forma di spa e e dotata di licenza bancaria. Il capitale è detenuto in misura maggioritaria dalle Bcc, dunque è controllata a livello azionario dalle stesse banche che la holding è chiamata a vigilare e a controllare, e il capitale sociale non deve essere inferiore a un miliardo di euro. L’obiettivo è quello di garantire, attraverso un’unica realtà che abbia funzioni di controllo, vigilanza, indirizzo strategico, una sana gestione del sistema, maggiori efficienze, meno costi e in ultima analisi più competitività. Alla capogruppo le Bcc aderiscono attraverso un contratto di coesione che disciplina la direzione e il coordinamento della capogruppo sul gruppo. I poteri della capogruppo includono gli indirizzi strategici, la direzione e il coordinamento, proporzionati alla rischiosità delle banche aderenti, e l’influenza sulle banche aderenti volti ad assicurare il rispetto dei requisiti prudenziali. E?ancora: la capogruppo può nominare od opporsi alla nomina di uno o più consiglieri di amministrazione fino a concorrenza della maggioranza delle Bcc. Il contratto prevede la garanzia in solido delle obbligazioni assunte dalla capogruppo e dalle banche aderenti: è il meccanismo che consente di mettere a fattor comune il patrimonio delle Bcc.

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