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Bazoli: Intesa-Unicredit, nessun ruolo

MILANO — Il piano di integrazione tra Intesa Sanpaolo e Unicredit, se è esistito, non ha come ispiratore Giovanni Bazoli. Parola dello stesso presidente del consiglio di sorveglianza dell’istituto della Ca’ de Sass. Dopo quasi una settimana di anticipazioni sul piano — rivelato dal Corriere della Sera — e di indiscrezioni del weekend che attribuivano al professore bresciano — e al presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti (grande azionista di Intesa Sanpaolo) — l’ispirazione dell’idea dell’integrazione studiata dal banchiere ex Goldman Sachs Claudio Costamagna, ieri sera Bazoli ha rotto il silenzio con una lunga dichiarazione alle agenzie di stampa. «Non ho avuto alcun ruolo nell’ideazione di tali progetti, ammesso che esistano».
«Mi vedo costretto, dopo ulteriori indiscrezioni giornalistiche relative a ipotetici progetti di aggregazione tra Intesa Sanpaolo e Unicredit, a precisare che non ho avuto alcun ruolo nell’ideazione di tali progetti, ammesso che esistano, e non ho mai assegnato ad alcuno incarichi, anche solo informali, volti a definirli» spiega Bazoli. «Non ho discusso di tali argomenti né con presidenti di Fondazioni bancarie, né con rappresentanti di altri importanti azionisti, di Intesa Sanpaolo o di Unicredit. Né tantomeno con consulenti aziendali o direttori di giornali».
Le affermazioni del professore si aggiungono alle prese di posizione dei giorni scorsi di Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit in quota Fondazione Crt, che aveva definito l’ipotesi come «frutto di fantasie senza limiti, totalmente irrealizzabile, fuori da ogni senso reale, industriale e finanziario», e degli amministratori delegati di Intesa Sanpaolo, Enrico Cucchiani («molto rumore per nulla») e di Unicredit, Federico Ghizzoni («Sono cose folli»). E ieri mattina anche il presidente di Fideuram (gruppo Intesa Sanpaolo) nonché ex presidente dell’istituto, Enrico Salza, ha parlato di «un’idea sballata, una follia: la banca unica la nazionalizzerebbero subito».
Bazoli non ci sta a essere additato come l’ideatore dell’ipotesi di progetto, anche per come la vicenda è stata ricostruita: «D’altronde chiunque abbia seguito nel tempo le modalità con le quali sono state da me concepite e realizzate tutte le aggregazioni che hanno originato Banca Intesa prima e Intesa Sanpaolo poi», dai tempi del Nuovo Banco Ambrosiano fino all’aggregazione del 2007 tra Banca Intesa e Sanpaolo-Imi, «sa che queste sono sempre state portate a termine con il consenso delle parti coinvolte e mai precedute da forme di amplificazione mediatica».
Ma Bazoli entra anche nel merito dell’operazione, attaccandola nei suoi presupposti, cioè che i due istituti siano a rischio scalata a causa del debole presidio rappresentato dalle Fondazioni azioniste, che pesano per il 12% in Unicredit e per il 26% in Intesa Sanpaolo. Le due banche, afferma Bazoli, «pur diversamente presidiate da azionisti stabili, sono solide, ben patrimonializzate e in grado di affrontare le sfide del mercato del credito in Italia e all’estero».
L’unica concessione del banchiere è sulla «perdurante debolezza del nostro mercato borsistico», per la quale non vuole «nascondere» una «preoccupazione che nutro da tempo». «È un mercato che ha perso oltre il 63% del suo valore dal 2007 a oggi. In questo quadro, le quotazioni delle aziende bancarie hanno subito una penalizzazione ancora maggiore, che più che essere giustificata dal loro stato di salute, è da riferire essenzialmente alla percezione del rischio Italia». Insomma le capitalizzazioni dei due istituti sono molto depresse e questo non può essere un segnale da trascurare. Anche con i prezzi in rialzo di ieri (Unicredit 3,56 euro, +1,95%, Intesa Sanpaolo 1,25 euro, +1,29%), Piazza Cordusio vale appena 20,1 miliardi, Intesa Sanpaolo 19,2 miliardi, all’incirca un terzo del proprio patrimonio. Un timore peraltro già espresso dal presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Andrea Beltratti. Bazoli indica anche una via per rilanciare le quotazioni: «Credo che la capacità di convogliare il risparmio e attirare investitori sul mercato azionario — che dovrebbe essere il più importante da tutelare e rafforzare, in quanto direttamente indirizzato al sostegno delle imprese — sia un tema da mettere al centro dell’attenzione di tutti: regolatori, investitori e operatori».

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