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Bazoli indagato “Controllava l’Ubi con un patto occulto” Truffa sui leasing

Nessuno lo aveva mai messo per iscritto, ma tutti, nel mondo degli affari, sapevano che il dominus indiscusso della Banca lombarda e piemontese è sempre stato Giovanni Bazoli. Ci ha pensato la procura di Bergamo nell’atto con cui ieri ha ordinato ai finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria di perquisire il suo ufficio a Milano, posto in via Monte di Pietà 8, nel cuore di Banca IntesaSan-Paolo, l’istituto nel quale, fin da quando si chiamava Banco ambrosiano, Bazoli è cresciuto, diventando uno dei più potenti signori del credito in Italia.

Lui, classe 1932 e figlio del deputato della Dc Stefano Bazoli, ha esordito nella Banca San Paolo di Brescia, una delle costole della Banca Lombarda, ma la sua vera ascesa è iniziata nel 1984 quando il ministro del Tesoro Nino Andreatta lo ha nominato al vertice del nuovo Banco ambrosiano (il San Paolo di Brescia era uno dei nuovi azionisti), col compito di risollevare la banca dalla liquidazione in cui l’aveva condotta Roberto Calvi, morto due anni prima sotto un ponte a Londra.
Il suo feudo bresciano, Bazoli lo ha sempre curato fingendo distanza, soprattutto da quando nel 2007, la Lombarda si è fusa con la Popolare di Bergamo dando vita a Ubi Banca il terzo polo bancario del Paese. Parte da qui l’indagine del procuratore di Bergamo, Francesco Dettori, e del sostituto, Fabio Pelosi. Negli atti ipotizzano che Bazoli, presidente dell’associazione Banca lombarda e piemontese, abbia stretto un patto di ferro, tenuto nascosto agli organi di vigilanza (Banca d’Italia e Consob), con l’associazione Amici di Ubi Banca, il cui presidente fino al 2008 è stato Emilio Zanetti, l’equivalente bergamasco di Bazoli. Zanetti è uscito di scena con l’ultima assemblea di Ubi dopo essere stato ininterrottamente per 28 anni ai vertici prima della Popolare di Bergamo, poi della Bpu e infine della stessa Ubi. Ora sono entrambi indagati con l’accusa di ostacolo alle autorità di vigilanza perché il patto occulto avrebbe escluso dalla gestione chi non faceva parte delle due associazioni e avrebbe permesso a Bazoli di “dirigere” il gruppo Ubi, nonostante fosse in una posizione di incompatibilità per le cariche ricoperte in Banca Intesa, per via delle norme sancite nel decreto Salva Italia.
I vertici di Ubi avrebbero poi fatto il resto, improntando la banca a una «gestione — scrivono gli inquirenti — patronale e familistica», attraverso «una serie di operazioni illecite». Oltre a Bazoli e Zanetti, sono finiti nel registro degli indagati, il presidente del comitato di gestione di Ubi Banca, Franco Polotti, il presidente del comitato di sorveglianza, Andrea Moltrasio, il vicepresidente del Cds, Mario Cera, e l’amministratore delegato Victor Massiah. Alle ipotesi di truffa e riciclaggio, invece, si legano i nomi del consigliere Italo Lucchini e della figlia Silvia, dell’ex amministratore delegato di Ubi Leasing, Giampiero Bertoli, dell’ex direttore generale Alessandro Maggi, e dell’ex responsabile del recupero e vendita beni, Guido Cominotti.
La condotta dei vertici era già finita nel mirino della Banca d’Italia — che dopo tre ispezioni ha comminato diverse sanzioni — delle associazioni dei consumatori, degli oppositori delle due associazioni bresciana e bergamasca (in particolare del deputato del Pdl, Giorgio Jannone) e di alcuni consiglieri di sorveglianza. Uno degli amici favoriti dall’allegra gestione della banca sarebbe stato l’imprenditore Giampiero Pesenti, leader del gruppo Italcementi e attraverso Italmobiliare azionista di Mediobanca e di Rcs. È indagato per aver comprato a un prezzo di favore la “Beata of Southampton”, un’imbarcazione da 30 metri di cui Ubi leasing era entrata in possesso in seguito all’insolvenza dell’imprenditore nautico Massimo Crespi, arrestato per una frode fiscale milionaria. La barca sarebbe stata venduta per circa 3,5 milioni di euro contro un valore di mercato iniziale di 12 milioni, prima alla Tuscany Charter srl di Silvia Lucchini che poi l’avrebbe girata a una società di Nicosia riconducibile a Pesenti. Lo stesso giochino sarebbe stato ripetuto con un aereo Cessna, appartenuto a Lele Mora, l’imprenditore dello spettacolo caduto in disgrazia, e ceduto per un valore di soli 60mila euro sempre a Pesenti. L’Associazione Centro Studi La Famiglia, invece, avrebbe ricevuto finanziamenti da Ubi per 16 milioni di euro per la costruzione di un complesso immobiliare su terreni di proprietà della società Interim srl riconducibile alla famiglia del presidente del consiglio di amministrazione, Franco Polotti. In danno alla banca, anche l’uso improprio di carte di credito aziendali, di polizze assicurative e la creazione di fondi extra contabili.
Pesenti, così come gli altri indagati, hanno respinto le accuse. Il legale di Bazoli, invece, ha sostenuto che gli accordi che hanno dato vita a Ubi, così come tutti i successivi, «sono stati recepiti negli statuti e in atti ufficiali debitamente comunicati».
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