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Bazoli: il capitalismo di relazione? Non è questo il problema dell’Italia

«Oggi va per la maggiore l’opinione comune che la causa dei fallimenti del sistema economico e finanziario italiano sia il cosiddetto “capitalismo di relazione”. Invece io penso che dobbiamo considerare che la storia di qualsiasi società, così come quella di ogni gruppo sociale, famiglia e nazione, sia sempre una storia di relazioni». Giovanni Bazoli, 81 anni, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sampaolo spiega così al Financial Times l’essenza del capitalismo italiano, che in più occasioni è stato oggetto di attenzione da parte del quotidiano economico della City.
È un lungo ritratto quello dedicato al banchiere bresciano, con un titolo che affonda le radici negli anni Ottanta: «Un banchiere nato da una morte misteriosa». L’articolo parte dalla morte di Roberto Calvi nel 1982 e dal salvataggio del Banco Ambrosiano da parte di Bazoli, chiamato dall’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, per arrivare alla nascita di Intesa Sanpaolo: «Bazoli in tre decadi ha creato il più grande gruppo bancario italiano, con 4.200 filiali dalla Sicilia alla Lombardia».
Il Financial Times descrive il banchiere bresciano come «una risposta all’idea che i banchieri moderni sono principalmente concentrati su calcoli e algoritmi. Per Bazoli – scrive il quotidiano – fare banca è una questione di relazioni e difende questo approccio contro le tesi per cui ciò soffoca l’economia italiana».
Bazoli parte invece dalla «convinzione, che si è rafforzata con l’esperienza e l’età, che le relazioni personali sono i valori più importanti della nostra vita». La causa delle difficoltà del sistema economico e finanziario italiano non sta nel capitalismo di relazione. Per il banchiere «l’unico vero problema delle relazioni che intervengono negli affari è un altro: è una questione di qualità delle relazioni, se esse sono positive o negative, corrette e trasparenti oppure corrotte e intricate».
Nell’intervista Bazoli difende anche le fondazioni bancarie, definite dal quotidiano «i controversi gruppi caritatevoli che sono i principali azionisti di Intesa Sanpaolo e della maggior parte delle banche italiane, e che sono accusate di essere provinciale espressione dei salotti». Il banchiere italiano rimarca il sostegno delle fondazioni accordato al sistema nei momenti più difficili. «Ci dicono spesso – sottolinea Bazoli – che le fondazioni non dovrebbero essere azioniste delle banche. Potrebbe anche essere così, ma ci dovrebbe essere un’ordinata transizione verso investitori istituzionali di alta qualità. Servirà tempo e dobbiamo assicurarci il supporto di questa nuova categoria di investitori».
L’intervista, rilasciata il giorno dopo la staffetta tra Matteo Renzi e l’ex premier Enrico Letta (perciò «troppo presto per trarre conclusioni»), si chiude con una riflessione sull’avvenire del Paese: «Credo nel futuro dell’Italia. Magari non domani, ma dopodomani. Credo – conclude Bazoli – che la generazione dei miei nipoti riporterà l’Italia in luce, sono molto qualificati».

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