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“Abbiamo battuto i crociati” Erdogan esulta, ora più poteri Ma l’Osce non esclude brogli

È ormai sera quando, come d’abitudine dall’inizio della campagna elettorale, il capo dello Stato, fresco vincitore del referendum, compare alla tv in ogni salotto della Turchia e agita il dito. Questa volta contro gli osservatori internazionali, incaricati di controllare la correttezza del voto: «Prima di tutto state al vostro posto – intima Recep Tayyip Erdogan -. Non vedremo, né ascolteremo, né vorremo conoscere questi rapporti politicamente motivati che redigerete». È l’ennesimo scontro della Turchia guidata dal “Sultano” con l’Occidente. Che avviene nel giorno della vittoria. «Abbiamo combattuto e vinto contro tutte le difficoltà. Siamo stati attaccati con uno spirito da crociati, ma non ci siamo fatti intimorire». Vittoria a metà, però: i “Sì” alle riforme costituzionali che daranno tutti i poteri al leader hanno ottenuto un risicato 51,3 % dei consensi, a fronte di un 48,7 di “No”. Con l’opposizione rappresentata dal partito socialdemocratico che parla di «brogli» e di «schede da annullare e non contare perché mancanti dei timbri ufficiali».
La Commissione elettorale centrale parla di un provvedimento invece ammesso, e quindi regolare. Ma a questo punto sono i commissari dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, a insorgere. «Un punto che noi solleviamo nel nostro rapporto – spiega Tana de Zulueta, a capo della missione Osce in Turchia – è il cambiamento delle regole del gioco a gioco iniziato. Intorno alle 4 del pomeriggio, che è l’ora in cui lo spoglio era iniziato all’Est del Paese, la Commissione elettorale ha emanato una decisione secondo la quale le schede non ancora timbrate, che invece per legge devono essere timbrate al momento nel quale vengono controllate, sarebbero state valide lo stesso».
Anche dall’estero si insorge. Dall’Eliseo filtra una nota: «La Francia prende atto dei dati annunciati relativi al referendum, come delle contestazioni». E avverte che una consultazione per la reintroduzione della pena di morte rappresenterebbe «una rottura con i valori europei». Da Vienna il ministro degli Esteri, Sebastian Kurz, dice che la Ue «deve chiudere i negoziati di adesione e lavorare a stabilizzare un accordo di vicinato con la Turchia». Ankara reagisce con la consueta rudezza. Il ministero degli Esteri turco denuncia le conclusioni come «faziose» e «inaccettabili ». Non sono però solo i repubblicani a contestare il voto, ma anche i curdi. Le grandi città come Istanbul, Ankara, Smirne, hanno votato in massa a favore del “No”. È stata come sempre l’Anatolia il grande serbatoio di voti del partito di Erdogan. E il Kurdistan ha pure votato contro il Capo dello Stato. E così, il partito filo curdo si è ribellato a un voto che giudica come «non corretto». Ankara tuttavia tira dritta. Davanti a una folla plaudente, il presidente promette due nuovi referendum. La Turchia potrebbe votare la sospensione dei colloqui con l’Europa. Seguirà poi un’ennesima consultazione: stavolta sulla reintroduzione della pena di morte. È davvero una Turchia diversa quella che esce dal voto sui superpoteri al Presidente.

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