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Battute, provocazioni e proclami: la politica globale è tutta un tweet

Qualcuno lo ha già definito «il tweet più irresponsabile della Storia». Quello partito il 3 gennaio scorso da @realDonaldTrump, l’account privato del presidente degli Stati Uniti, è sicuramente un ulteriore salto di qualità (negativo) verso una geopolitica dominata dal testosterone e dall’egocentrismo: «Ho anch’io un bottone nucleare — ha mandato a dire Trump al leader nordcoreano, Kim Jong Un — ma è più grande e potente del suo. E il mio bottone funziona!».

È dall’inizio della sua presidenza, che Donald Trump fa il comandante in capo via Twitter: di volta in volta, ha sbattuto e riaperto la porta in faccia alla Cina, invitato al rovesciamento del regime di Teheran, minacciato di far sparire la Corea del Nord dalla faccia del pianeta, chiesto di tagliare ogni aiuto ai palestinesi, accusato pubblicamente il Pakistan, un alleato, di appoggiare il terrorismo, offeso Paesi amici come la Germania, la Svezia, perfino il Regno Unito. Non ultimo, ha spesso smentito i suoi stessi consiglieri e il suo segretario di Stato, a volte rendendo illeggibile la vera posizione dell’amministrazione su temi cruciali della politica estera.

Numerosi osservatori, anche autorevoli, hanno suggerito di bandire non solo Trump ma tutti i leader mondiali dalla piattaforma dei 140 (ora 280) caratteri, in nome del fatto che un capo di governo non può e non deve reagire «all’istante», ma deve calibrare e valutare le conseguenze di ogni sua esternazione, prima di esprimersi. No, è stata la risposta del social network, «bloccare un leader mondiale da Twitter o rimuovere i loro post più controversi significherebbe nascondere informazioni importanti che le persone hanno diritto di vedere e dibattere. Inoltre non metterebbe a tacere i leader, ma impedirebbe necessarie discussioni intorno alle loro parole e azioni».

La verità è che Donald Trump non è solo e che ormai Twitter, nel bene e nel male, è diventata una delle agorà dove si fa e disfa la politica mondiale. Per un numero crescente di capi di Stato e di governo, leader di organizzazioni internazionali, ambasciatori, attivisti umanitari, l’hashtag diplomacy è diventato strumento insostituibile, perfino strategico nella politica globale. Parafrasando l’antico refrain di von Clausewitz, nel mondo 2.0, Twitter è la continuazione della politica con altri mezzi.

Nessuno lo ha mostrato meglio di Barack Obama, probabilmente il primo capo di Stato ad aprire un account. Oggi, l’ex presidente conta quasi 100 milioni di follower . Suo il post più twittato del 2017, con 4,6 milioni di like , quello del 13 agosto, dove citava Nelson Mandela in occasione della strage neo-nazista di Charlottesville: «Nessuno nasce odiando un’altra persona per il colore della sua pelle, la sua origine, la sua religione». Prima di lui, un pioniere di Twitter è considerato un suo ambasciatore, Michael McFaul, nominato a Mosca nel 2011, che subito cominciò a twittare in russo e inglese, irritando parecchio le autorità del Cremlino. Già nel 2013 comunque, 153 dei 193 Paesi rappresentati all’Onu avevano account operativi.

Papa Francesco ha aperto nel 2012 il suo @pontifex in 9 lingue e oggi è seguito da oltre 43 milioni di persone. Quello postato dal Santo Padre il 12 dicembre scorso suona come un augurio pieno di preoccupazioni: «Le reti sociali siano luoghi ricchi di umanità!».

Tra i leader più seguiti al mondo c’è il premier indiano, Narenda Modi, 40 milioni di follower , autentico patito di Twitter, dove ha perfino annunciato la storica demonetizzazione, con cui nel novembre 2016 ha tolto dalla circolazione le banconote da 500 e 1000 rupie.

In Europa prudentemente attivo è Emmanuel Macron, che però ha «solo» 2,6 milioni di follower . Anche se ama schermirsi, ha detto a Time che un capo di Stato «non può reagire in permanenza su questo tipo di media, ci vogliono tempo e distanza», il presidente francese qualche tweet memorabile lo ha messo a segno: come quando polemizzò con Trump sul clima, ritorcendogli contro il suo stesso slogan: «Make our Planet great again!». Una dichiarazione politica forte e autorevole in appena 30 battute.

Dalla fine del mondo, per citare papa Francesco, compulsa molto spesso i 280 caratteri anche il presidente venezuelano Nicolás Maduro, almeno in questo degno erede di Hugo Chávez, del quale Maduro sull’account si definisce figlio. Anche lui è molto roboante: «La mia pazienza nei confronti del governo imperialista di Donald Trump è al limite», ha twittato di fronte alle ultime sanzioni americane. Come l’attuale inquilino della Casa Bianca, can che abbaia…

Paolo Valentino

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