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Battaglia sul bilancio Ue

A 24 ore dall’inizio del vertice di oggi e domani dedicato alle prossime prospettive finanziarie, domina ancora l’incertezza sull’esito di una riunione tra i 27 capi di stato e di governo che potrebbe durare anche nel fine settimana. La crisi economica in Europa, l’austerità di bilancio così come il crescente populismo in molti paesi sono fattori che ostacoleranno le trattative. Nei giorni scorsi molti stati hanno minacciato il veto; altri hanno previsto già ora un nulla di fatto, puntando nel caso peggiore sull’esercizio provvisorio.
In origine l’obiettivo era di usare le prospettive finanziarie 2014-2020 per rilanciare l’economia europea. Nel corso degli ultimi mesi, questo impegno è stato progressivamente abbandonato per privilegiare il taglio dei costi. La Commissione ha presentato una proposta di bilancio di 1.091,15 miliardi di euro. Qualche giorno fa, il pacchetto è stato rivisto al ribasso dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, a 1.010,83 miliardi, «un taglio di 20 miliardi di euro in termini reali» rispetto al bilancio 2007-2013.
«Più si riduce l’ammontare del denaro, più è difficile trovare un compromesso», avvertiva nei giorni scorsi un diplomatico europeo. Nel presentare un bilancio ridotto, Van Rompuy ha voluto venire incontro ad alcuni grandi paesi, a cominciare dalla Gran Bretagna. Il governo Cameron ha spiegato di volere che le prospettive finanziarie riflettano l’austerità a livello nazionale. Il compromesso presentato dalla presidenza del Consiglio europeo è piaciuto a Londra, ma è ancora presto per dire che la bomba inglese è stata disinnescata.
In un primo tempo, la partita ha messo a confronto i paesi della coesione e i paesi della spesa migliore. Il primo gruppo annovererebbe circa 15 stati, soprattutto dell’Europa centro-orientale. Del secondo farebbero parte i grandi contributori netti. Nel corso degli ultimi mesi, la partita si è complicata. Uno dei modi di vederla è di mettere a confronto da un lato Germania e Gran Bretagna, dall’altro Francia e Italia. I primi due vogliono tagli al bilancio; gli altri vogliono difendere i programmi per l’agricoltura e la coesione.
Pur vicina alla posizione britannica, la Germania ha posizioni ambigue. Non è ancora chiaro se i tagli proposti da Van Rompuy siano sufficienti ai suoi occhi. Se vuole trovare un accordo, Berlino deve sostenere Londra, senza alienarsi Parigi e Roma. L’Italia dal canto suo è un contributore netto. In questo contesto, il governo Monti vuole mantenere il saldo negativo italiano intorno ai cinque miliardi di euro ed evitare una perdita eccessiva nell’agricoltura e nella coesione, con una modifica dei criteri di allocazione dei fondi che oggi ritiene siano penalizzanti.
L’entourage di Van Rompuy presenterà stasera una nuova proposta di compromesso. Cercherà di venire incontro alle aspettative italiane, tentando di non mettere a repentaglio le attese francesi. Alcuni diplomatici temono che se Van Rompuy sarà costretto a ridurre ancora la taglia del bilancio, complicando un accordo sulla ridistribuzione della torta, la Francia potrebbe puntare su un rinvio, in un momento in cui si sente debole nei confronti del partner tedesco.
Il presidente francese François Hollande ha detto di voler venire a Bruxelles per trovare «un compromesso» che richiede però l’unanimità. Il premier inglese David Cameron ha parlato di un eventuale veto britannico, anche perché vuole preservare il suo sconto. Lo stesso ha fatto l’Italia, come altri paesi. Sempre difficili, le trattative quest’anno lo sono ancora di più a causa della crisi. La minaccia del veto ricorda l’arma nucleare: ogni paese dovrà chiedersi se vale la pena usarla e se non debba essere puramente dissuasiva.
Nel caso di mancato accordo, l’esercizio provvisorio rischia per esempio di essere più costoso per la Gran Bretagna di quanto non potrebbe essere un’intesa. Lo stesso esercizio provvisorio garantirebbe a Londra il suo sconto, reso perenne da un precedente accordo, ma farebbe scadere gli sconti di cui godono altri paesi. Molti osservatori temono che se accordo ci sarà, a farne le spese saranno i programmi europei, come Connecting Europe, sacrificati a favore delle vecchie politiche dell’agricoltura e della coesione.

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