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Battaglia in Senato sul Cura Italia

Roma Con una coda di polemiche, di strappi ai regolamenti, il decreto Cura Italia, che raggruppa i primi provvedimenti varati dal governo per fronteggiare l’emergenza coronavirus e stanzia le prime risorse, pari a 25 miliardi, ottiene il via libera del Senato, in attesa di quello definitivo della Camera. Ma è un via libera tormentato, con le accuse dell’opposizione al governo, con le regole del Senato in parte stravolte, con la presidente di Palazzo Madama, Elisabetta Casellati, che alla fine del voto dice: «Non succederà più».

Alla fine il governo incassa la fiducia con 142 voti favorevoli e 99 contrari. Ma la giornata è segnata dalle accuse dell’opposizione al governo. Matteo Salvini avverte: «Do un suggerimento a Conte, prima di promettere e illudere milioni di lavoratori e imprenditori facendo annunci in tv le cose si fanno». Quindi, spiega: «Il decreto Cura Italia noi non lo votiamo perché è una presa in giro». Sulla stessa lunghezza d’onda FdI e FI.

Ma lo scontro tra maggioranza e opposizioni, più che sul merito delle misure, è sulla procedura. Tutto ha inizio quando il ministro per i rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, anziché porre ufficialmente la fiducia, chiede un rinvio di un’ora dei lavori in quanto la Ragioneria non ha ancora bollinato il testo del maxi-emendamento interamente sostitutivo del testo licenziato dalla commissione Bilancio. Tutti i gruppi si dichiarano d’accordo nell’andare avanti con la discussione, ma dopo oltre un’ora scoppia un altro inconveniente: si scopre che la commissione Bilancio, riunita per dare l’ok al testo, non ha il maxi-emendamento. Il ministro è in imbarazzo, chiede ancora tempo, assicura che non è stata apportata alcuna modifica. Ma FdI e Forza Italia insorgono. «Il testo c’è o no?», chiede Roberto Calderoli: «Vogliamo votare, ne abbiamo le b… piene». Alla fine, dopo l’ennesima sospensione dei lavori, si vota finalmente la fiducia.

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