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“Basta scioperi della minoranza” e il Lingotto vieta le pause-Mondiali

Chi sciopera danneggia l’immagine dell’Italia nel mondo. La lettera spedita ieri da Sergio Marchionne ai dipendenti («collaboratori» per la precisione) è destinata a segnare ancora una volta la storia delle relazioni sindacali in Italia. Quello di Marchionne è un vero e proprio manifesto politico ideologico che trasforma la fisiologia in patologia, lo sciopero in tradimento della Patria: «Quello che è successo pochi giorni fa — scrive riferendosi a uno sciopero di un’ora proclamato lunedì scorso alla Maserati — non ha offerto dell’Italia l’immagine che vorremmo portare nel mondo, quella di un Paese serio e di grande valore».

Poche ore dopo la lettera, il Lingotto ha fatto seguire altre azioni più o meno ufficiali di rappresaglia: ha revocato l’accordo raggiunto nei giorni scorsi che avrebbe portato da settembre altri 500 cassintegrati di Mirafiori a lavorare alla Maserati e nelle singole fabbriche ha fatto saltare i micro accordi già raggiunti per concedere qualche permesso in più ai dipendenti durante le partite dei mondiali. Una minuzia, quest’ultima, che un sindacalista della Fim guardava ieri con sospetto temendo il trappolone: «Ho scritto a tutti i delegati avvisandoli di non dichiarare scioperi durante le partite dell’Italia per evitare che la Fiat ci appiccichi addosso l’immagine degli italiani scansafatiche che tanto piace in giro per il mondo».
Insomma in pochi giorni il clima è diventato pesante. Il solo annuncio di un possibile sciopero degli straordinari al sabato, sottoscritto dai sindacati che hanno sempre collaborato con l’azienda (Fim, Uilm, Fismic e Ugl), ha scatenato la reazione dell’amministratore delegato come se lo sciopero fosse contro la sua persona e non contro scelte aziendali che si stanno discutendo per rinnovare un contratto di lavoro. Di questa reazione a caldo hanno fatto le spese 500 uomini e donne che da anni sono in cassa integrazione a Mirafiori: due giorni fa avevano ottenuto di rientrare al lavoro grazie ad un accordo sindacale e che ora diventano ostaggi nello scontro tra Marchionne e i sindacati.
Il passaggio più interessante del manifesto di Marchionne è quello sul diritto di sciopero: «Non esiste nessun altro paese che permetta a una minoranza di danneggiare i diritti di tutti gli altri, specialmente il diritto al lavoro». Dietro c’è l’idea che i sindacati possano scioperare solo se la maggioranza dei lavoratori approva l’astensione dal lavoro. Accade così in Germania. Ma lì il sindacato è presente nel consiglio di sorveglianza delle aziende e può controllare dal vertice le scelte strategiche. Marchionne accetterebbe di avere in consiglio Landini o uno dei leader di Fim, Uim e Ugl? Non ci sarebbe nulla di strano se la nuova Fiat che produce auto premium decidesse di adottare il sistema di relazioni industriali tedesco: la Germania è la capitale mondiale delle auto premium e anche delle buone relazioni industriali. Certo un modello migliore del paternalismo ottocentesco che concepiva gli accordi come una concessione dell’impresa ai dipendenti e una dichiarazione di sciopero come la prova del tradimento di Otello.
L’iniziativa presa dall’ad del Lingotto parla anche a tutti i sindacati. Ancora ieri pomeriggio il numero uno della Fim fingeva, in una dichiarazione, che la reprimenda di Marchionne riguardasse la sola Fiom (che ha scioperato per un’ora lunedì) e non anche i sindacati come il suo che hanno proclamato per domani lo sciopero degli straordinari. È l’idea che la tempesta colpisca solo e sempre il vicino di casa. Ma se Marchionne chiede di regolamentare il diritto di sciopero (riducendolo ai minimi termini) anche nel settore privato, quale sindacato potrà rimanere all’asciutto?
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