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Basta litigare nei tribunali Ora si fa la pace dall’avvocato

L’avvocato diventa il negoziatore dei conflitti. Non più solo esperto del contenzioso, conoscitore delle procedure e delle prassi, ma soprattutto capace di elaborare soluzioni al problema del cliente. L’evoluzione orientata al problem solving è il filo rosso che unisce i vari pezzi del dl sulla riforma del processo civile, approvato dal consiglio dei ministri del 29 agosto. Gli strumenti di nuova introduzione sono le negoziazioni assistite dagli avvocati e gli arbitrati forensi. Entrambe sono forme di outsourcing del sistema giustizia, che rendono protagonisti le toghe e, soprattutto, devono impedire l’afflusso di cause ai palazzi di giustizia. A questo stesso scopo mirano le modifiche puntuali del processo di cognizione: si veda il disincentivo conseguente alla nuova disciplina delle spese di lite (condanna del soccombente a pagare le spese con deroghe eccezionali) e dei tassi di interesse (durante il giudizio il tasso di mora sarà molto più alto di quello legale). Altri interventi vogliono accelerare il processo: testimonianza scritte presso l’avvocato, riduzione della sospensione feriale (solo dal 6 al 31 agosto), cambiamento del rito da ordinario a sommario su decisione del giudice. Completano il quadro le modifiche al processo di esecuzione, ispirate a rendere più efficiente il recupero del credito.

Negoziazione assistita. Già oggi gli avvocati conducono trattative stragiudiziali, che possono sfociare in un accordo. L’accordo assume la forma e il valore del contratto di transazione. Lo sviluppo di questa prassi è rappresentato dalla negoziazione assistita (che ha un precedente nella legge francese n. 2011-331 del 28 marzo 2011), il cui esito è sempre un accordo tra le parti, ma qualificato come titolo esecutivo, in quanto asseverato dall’avvocato. L’asseverazione consiste nella attestazione della conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico.

L’attestazione di autenticità della scrittura conferisce alla stessa fede pubblica e il filtro dell’asseverazione del legale conferisce al verbale di accordo efficacia pari ad una sentenza. Per arrivare a questo risultato è richiesto il rispetto di una serie di formalità. L’invito a trattare rivolto da uno dei litiganti all’altro deve spiegare l’oggetto della controversia e deve avvisare controparte sulle conseguenze negative in caso di mancato accordo (aggravio di spese e condanna al risarcimento del danno nel successivo eventuale giudizio); il destinatario dell’invito ha 30 giorni per rispondere.

Se arriva l’adesione, allora, bisogna stipulare una convenzione di negoziazione, con l’assistenza di un avvocato. La convenzione non è altro che l’impegno a non farsi causa per un determinato periodo (non inferiore a un mese). La norma non definisce i contenuti specifici, ma le parti potranno indicare le modalità di svolgimento delle riunioni e di scambio di corrispondenza; potranno indicare le modalità di documentazione e verbalizzazione dei vari incontri; potranno decidere se chiedere approfondimenti tecnici su singoli aspetti. Non dicendo nulla la norma, è da ritenere che le parti possano autonomamente regolarsi. Segue la trattativa vera e propria, che può approdare a un nulla di fatto oppure a una soluzione concordata.

Nel primo caso, gli avvocati devono attestare la mancata riuscita del tentativo negoziale; nel secondo caso, l’accordo deve rispettare alcune prescrizioni. Deve essere firmato dalle parti e dagli avvocati, che autenticano le firme, ma soprattutto certificano la conformità dell’accordo a norme imperative e all’ordine pubblico. Si tratta dell’equivalente dell’omologa giudiziale, che si potrebbe chiamare per distinguerla, asseverazione.

L’accordo è titolo esecutivo e quindi può essere posto a base di una esecuzione; può essere utilizzato anche per iscrivere ipoteca a garanzia dell’adempimento delle obbligazioni contenute. Copia dovrà essere spedita all’ordine degli avvocati, ma per la conservazione dell’originale è consigliabile che le parti stipulino una clausola ad hoc.

La negoziazione può riguardare qualunque controversia su diritti disponibili. In alcuni casi sarà condizione di procedibilità. Si tratta delle controversie in materia di risarcimento del danno da circolazione di veicoli e natanti e di recupero crediti (a qualunque titolo) fino a 50 mila euro. In questi casi la parte, tramite il suo avvocato, deve invitare l’altra parte a stipulare una convenzione di negoziazione assistita. Solo se la controparte non risponde all’invito o se non si arriva a una accordo, si potrà intentare una causa davanti al giudice.

Sia per la negoziazione obbligatoria sia per quella assistita il decreto impone agli avvocati di dare esplicita informazione al momento del conferimento dell’incarico. Diversamente da quanto previsto per la media-conciliazione (dlgs 28/10) non sono previste, in caso di omessa informazione, sanzioni contrattuali nel rapporto avvocato-cliente, ma solo sanzioni deontologiche. Non è previsto neppure che l’avvocato dia dimostrazione di avere fornito l’informazione. L’articolato non prevede incentivi tributari per il ricorso alla mediazione assistita (a differenza della media-conciliazione).

Si potranno transigere con la nuova procedura di negoziazione assistita da un avvocato le controversie sui diritti del lavoratore: il decreto sottrae da possibili impugnazioni le transazioni concluse con il nuovo istituti (modificato l’art. 2113 c.c.). La convenzione di negoziazione assistita da un avvocato potrà essere firmata tra coniugi anche per la separazione consensuale, per il divorzio dopo il decorso di 3 anni dalla separazione, purché non ci siano figli minorenni o maggiorenni disabili o economicamente non autosufficienti. Tra l’altro in questi casi i coniugi potranno anche fare a meno dell’avvocato, rivolgendosi direttamente all’ufficiale dello stato civile.

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