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Basta finanziamenti, mi faccio un bond

B asta banche. Le imprese italiane, di ogni dimensione, dipendono eccessivamente dall’indebitamento bancario. «Un’anomalia del mercato italiano e in parte europeo — ha detto Andrea Marinoni partner di Roland Berger al Debitwire italian forum della scorsa settimana a Milano — e questo rappresenta un limite per le medie imprese italiane che oggi sono al bivio tra il possibile recupero di competitività e l’incerto percorso della ristrutturazione». Sulla stessa linea più volte si è espresso anche Federico Ghizzoni, ceo di Unicredit, che ha invitato le imprese a trovare fonti alternative di finanziamento. Ed Enrico Cucchiani, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, ha tra le leve operative del gruppo, l’Imi, attivissimo nel settore.
Cambiamento in corso
Qualcosa sta cambiando. Dallo scorso novembre il mercato europeo delle obbligazioni ha registrato dieci emissioni di aziende italiane per complessivi 2,74 miliardi di euro. Si va da Italcementi ai bond high yeld, quelli emessi da aziende non investment grade, ovvero con un rating inferiore a BBB-, tipicamente di minor dimensione, come il caso di Guala closures, Cerved, Rottapharm e Zobele (vedi tabella in pagina). Ed è proprio in questo settore il maggiore interesse, con l’ultima emissione solo la scorsa settimana da parte di Sisal per 275 milioni. Si tratta di obbligazioni da almeno 200 milioni di euro, con una durata tra i cinque e gli otto anni, che arrivano sul mercato accompagnate da un pool di banche — Unicredit nell’ultimo anno è prima tra le italiane e decima in Europa nella classifica delle emittenti, con bond per 677 milioni e il 4,4 per cento del mercato, ed è prima in Germania con 406 milioni e il 18 per cento del mercato, mentre in Italia la leadership è di Intesa Sanpaolo, 14 per cento del mercato e 460 milioni emessi —.
Queste emissioni obbligazionarie sembrano offrire, oggi, la soluzione ad alcuni dei mali. E interessano tutti i settori produttivi, con l’esclusione dell’immobiliare e della finanza (banche e assicurazioni).
In breve sono capaci di garantire liquidità alle aziende, alleggerendo i bilanci e la somma delle preoccupazioni in capo al management bancario. E i risparmiatori? Ne sono fuori e non è detto sia un male. Gli effetti dei disastri provocati dai bond Cirio e Parmalat negli anni scorsi hanno attivato il legislatore e oggi queste emissioni sono riservate esclusivamente a investitori istituzionali. Le alte cedole al tempo del basso costo del denaro e della grande incertezza rappresenterebbero infatti un richiamo pericolosissimo per il pubblico indistinto dei risparmiatori. Che può però approfittarne attraverso strumenti professionali di investimento: molte compagnie di assicurazione hanno fondi dedicati al settore, ma ci sono anche fondi comuni dedicati agli high yeld bond e gli etf.
Piccole rivoluzioni
«Il cambiamento è tangibile dalla seconda metà del 2012 — dice Paolo Pascarelli, responsabile per Unicredit a Londra del settore High yeld capital markets —. Il sistema industriale chiede debito sia per nuovi investimenti che per acquisizioni, che per rifinanziamenti. E quest’ultima è una soluzione salutare per l’economia, perché libera risorse finanziarie. Mentre, dal punto di vista delle aziende, le apre al mercato internazionale dei capitali: gli investitori di un tipico high yelds bond emesso da un’azienda italiana solo per il 3-8 per cento investitori italiani, il resto sono internazionali, ai cui occhi effettivamente contano i meriti di credito e le prospettive industriali. E c’è grande interesse verso le aziende italiane, tanto più che in questo momento la liquidità del mercato dei bond è a livelli record: la scorsa settimana in Europa ci sono state 14 emissioni per un totale di 7 miliardi e parallelamente uno dei principali indici Usa relativo agli Yelds to worst del settore High yeld è sceso per la prima volta sotto il 5 per cento».
Il parametro fondamentale che viene considerato dagli sponsor bancari delle operazioni è il margine operativo lordo, che deve raggiungere almeno i 40-50 milioni di euro a fronte di una fatturato superiore ai 150 milioni. Il taglio minimo delle emissioni è di 200 milioni, con qualche strappo al ribasso non però oltre i 175 milioni. Agli imprenditori il mercato obbligazionario interessa perché risolve un problema: non tocca la proprietà dell’azienda, come avverrebbe con una quotazione e al tempo stesso impone un check-up severo da parte delle agenzie di rating, portando liquidità, in maniera anche consistente, da pagare a tassi comparabili con il prestito bancario.

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