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Basta con i giudici a cottimo

La prossima cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, prevista per il 25 gennaio in Cassazione e il 26 gennaio presso le Corti d’appello, rischia di rivelarsi evento meramente formale e scarsamente incisivo se gli operatori della giustizia non porranno al centro dell’attenzione della pubblica opinione l’improcrastinabile necessità di risolvere l’emergenza giustizia.

È necessario abbandonare le pur legittime rivendicazioni di parte per affrontare la profonda crisi della macchina giudiziaria nel nostro Paese.

Occorre partire da un dato: una causa civile dura in media sette anni tra primo grado e il giudizio in Cassazione.

In un futuro molto prossimo, rebus sic stantibus, secondo il ministero dell’Economia vi sarà una crescita esponenziale dei costi per i risarcimenti per violazione del termine di ragionevole durata del processo ai sensi della legge Pinto sino ad arrivare a 500 milioni di euro annui. Già oggi l’Italia spende 200 milioni di euro annui. Per l’inefficienza della giustizia l’Italia paga un prezzo altissimo, quantificato dalla Banca d’Italia in un punto annuo di Pil e tale situazione allontana gli investimenti internazionali. Non è oltremodo accettabile il continuo sperpero di risorse pubbliche.

Con la riforma delle circoscrizioni giudiziarie il ministero della Giustizia ha inteso risparmiare circa 26 milioni di euro con la chiusura di ben 667 uffici del giudice di pace su 846. Sarebbe stato preferibile destinare le energie profuse per affrontare il tema dell’efficienza della giustizia.

I giudici di pace, modificando la propria posizione sul punto, hanno dichiarato la propria disponibilità a far parte della task force, recentemente riproposta dalla ministra della Giustizia Severino, per aggredire l’arretrato civile, unitamente alla magistratura onoraria, giudici onorari di tribunale e vice procuratori onorari.

Invero, secondo i più attenti analisti la questione del debito della giustizia può essere risolta in modo strutturale e definitivo solo con un aumento delle materie attribuite alla cognizione del giudice di pace, in tal modo deflazionando di pesanti oneri i tribunali.

L’agilità dei riti a disposizione consentirebbe di abbattere le lungaggini: in media dinanzi al giudice di pace un giudizio dura meno di un anno. In epoca di spending rewiev giova evidenziare un dato ulteriore: il giudice di pace ha costi molto contenuti, 83 milioni di euro nell’anno giudiziario 2008/2009 a fronte dei 4,2 miliardi, che l’Italia spende per il funzionamento della giustizia.

Proviamo ad ipotizzare: nel civile può aversi un incremento della competenza generale per valore del giudice di pace fino ad almeno 25 mila (già oggi il limite di 20 mila è previsto in materia di risarcimento danni da sinistri stradali). Altresì possono essere affidate al giudice di pace «blocchi» di materie, quali ad esempio il risarcimento danni da sinistri stradali, le cause relative al condominio, i procedimenti monitori e le esecuzioni mobiliari, per cui il passaggio alla magistratura di pace porterebbe il tribunale a occuparsi con maggiore continuità delle materie specialistiche (ad es. si pensi al nuovo tribunale delle imprese, al lavoro ecc.). Sarebbe opportuno che, all’atto dell’entrata in vigore della norma, venissero trasferite al magistrato di pace le cause pendenti dinanzi al tribunale e non ancora in decisione. In tal modo si conseguirebbe il risultato di ridurre drasticamente le pendenze in meno di un anno. In materia penale potrebbe essere attribuita alla competenza del giudice di pace una parte sostanziale dei reati contravvenzionali.

Sono necessarie soluzioni coraggiose e strutturali. Non è più il tempo di rimedi-tampone, quali «l’ausiliario del giudice», una sorta di riedizione dei «Goa», mentre inefficace sarebbe la riproposizione della mediazione, già fallita in passato: nel novembre 2010 è stato eliminato il tentativo obbligatorio di conciliazione per le controversie individuali di lavoro.

I dati dimostrano che la magistratura di pace amministra giustizia in modo virtuoso e che, con costi ridotti e un impegno di mezzi e strumenti molto limitati, ha impedito il collasso del sistema.

Ad essa sono attribuite delicatissime funzioni giurisdizionali, quali la materia penale e l’immigrazione. Secondo il ministero della Giustizia ciascun magistrato definisce 568 procedimenti annui. Tale mole di lavoro impedisce di inquadrare il fenomeno in una dimensione meramente hobbistica.

La riforma della giustizia di pace consentirebbe di raggiungere i risultati prefissati in maniera certa. Occorre partire dalla proposta che prevede la continuità delle funzioni attraverso mandati quadriennali rinnovabili, previa duplice valutazione di professionalità da parte del Csm e dei consigli giudiziari. Essa è contenuta nella quasi totalità dei disegni di legge depositati in Parlamento durante l’attuale legislatura ed in quelle precedenti.

La continuità, prevista già per altri giudici onorari, garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e quindi è posta in definitiva a tutela dei cittadini.

Non è più possibile continuare ad avere, come si suol dire, la botte piena e la moglie ubriaca, rispondendo negativamente a qualsivoglia istanza della magistratura di pace ed è pertanto necessario assicurare uno status di stampo europeo.

Oggi il giudice di pace è un giudice a termine e privo di qualsivoglia tutela previdenziale e assistenziale, che la nostra Carta costituzionale garantisce ad ogni lavoratore. Vi è il rischio concreto di sanzioni per il nostro Paese da parte degli organismi europei.

In particolare risulta inaccettabile la condizione femminile. Attualmente le donne giudice di pace non hanno alcun tipo di sostentamento per il periodo della gravidanza. In casi di gravidanza con rischi per la sopravvivenza del nascituro è stato instaurato un procedimento disciplinare in cui si è contestata la scarsa laboriosità che in alcuni casi ha determinato la decadenza della malcapitata.

Proponiamo un sistema eminentemente meritocratico, con una periodica valutazione sull’esercizio dell’attività giurisdizionale, in linea con il principio di buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.). Lo Stato eviterebbe la dispersione di professionalità formatesi in decenni di esercizio di attività giurisdizionale ed esborsi di svariati milioni di euro per l’attuazione di un turnover che coinvolgerebbe tutti magistrati di pace in servizio, con la necessità di espletare migliaia di tirocini finalizzati alla nomina di nuovi giudici, i quali saranno a loro volta sostituiti dopo dodici anni da nuovi magistrati e così via in una diuturna frenesia concorsuale.

«È l’Europa che lo richiede». Una volta tanto la famosa affermazione può essere utilizzata a vantaggio dei cittadini. Invero il 17 novembre 2010 il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha approvato la raccomandazione CM/Rec (2010)12 «sui giudici: indipendenza, efficacia e responsabilità», che contiene importanti affermazioni a tutela della indipendenza della magistratura, considerata come un «elemento connaturale allo Stato di diritto ed essenziale per l’imparzialità dei giudici e il funzionamento del sistema giudiziario». Il provvedimento europeo individua come elemento chiave dell’indipendenza dei giudici «la certezza di permanenza nelle funzioni e l’inamovibilità». Inevitabile conseguenza di questo principio è la garanzia di permanenza nelle funzioni fino al raggiungimento dell’età del pensionamento. I ministri europei si sono pronunciati anche sul tema della remunerazione dei giudici, che «deve essere commisurata al loro ruolo professionale e alle loro responsabilità e che deve garantire il mantenimento di una remunerazione ragionevole in caso di malattia, di congedo per maternità o paternità, nonché il pagamento di una pensione per il collocamento a riposo» e hanno affermato che devono essere evitati sistemi che facciano dipendere dalle prestazioni gli elementi essenziali della retribuzione, in quanto essi possono creare difficoltà all’indipendenza dei giudici.

Alla luce di tale raccomandazione, non è più possibile, pertanto, giustificare la presenza nel nostro ordinamento di giudici che vengono retribuiti in base al numero di provvedimenti emessi, ovvero a cottimo. In definitiva riteniamo che il destino dei magistrati di pace e della giustizia in Italia siano intimamente legati: quanto maggiore sarà la capacità di valorizzare i primi, tanto maggiore sarà l’efficienza della seconda.

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