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Basta attacchi alle professioni

 di Eleonora Di Vona 

Dopo il clamore di questi giorni sulle professioni a seguito della sortita del governo successivamente (forse) rientrata, ritengo sia importante riportare al centro dell'attenzione alcuni problemi del tutto sommersi da due posizioni estreme che non costituiscono a mio parere la giusta rappresentazione del fenomeno «professione».

Da una parte, la posizione (liberale, liberista o altro?) che ha ispirato il provvedimento: le professioni non sono un fenomeno autonomo, ma sono attività di impresa. Allora non è giusto che godano di una sorta di statuto speciale che costituisce unicamente uno strumentario corporativo volto a difendere privilegi e guarentigie in favore di chi già appartiene al corpo professionale, circostanza che impedisce ai giovani di trovare ingresso nell'attività professionale.

Dall'altra parte, per le professioni, l'unica componente visibile è stata quella della indiscutibile conservazione di quello che c'è, la posizione di chi non intende mettere in discussione nulla, di chi teme di aprire qualsivoglia dibattito sulle professioni in Italia che le apra al futuro in senso positivo, che le rilanci accettando di modificarle per renderle competitive sul mercato professionale interno ed internazionale.

È necessario fare un po' di chiarezza partendo dalla peculiarità delle prestazioni professionali che, all'interno del genus prestazioni di servizi intellettuali, le distinguono in modo decisivo.

La prestazione professionale è quella che deve tenere insieme l'interesse privato del cliente e l'interesse pubblico legato alle esternalità e all'incidenza su beni pubblici (la salute, la giustizia, l'equità tributaria, l'ordinato andamento dei mercati ecc.) che la prestazione stessa implica.

Questo aspetto ritengo non possa essere messo in discussione.

Se questo è vero, il professionista deve realizzare il massimo interesse del proprio cliente (tutela del consumatore), ma nel pubblico interesse non deve mai colludere con questi in danno del bene pubblico che costituisce il bene principale tutelato dal corpo professionale.

In questo quadro interessa poco la diatriba su attività di impresa o no perché siamo di fronte ad una questione puramente nominalistica: le professioni non possono non avere un loro statuto caratterizzato da un certo grado di autonomia in considerazione della peculiarità dell'attività svolta. Le professioni in Italia vanno bene così?

La risposta è certamente no. Sicuramente però non è vero che l'attuale assetto istituzionale impedisce l'ingresso ai giovani: fino a quando il mercato lo ha consentito, perché capiente e cioè fino a verso la fine degli anni 80, le professioni sono state uno straordinario ambito di opportunità per i giovani; se i professionisti in venti/trenta anni sono in alcuni casi quintuplicati e in altri decuplicati e tutti con la professione ci campano, siamo in realtà di fronte all'unico vero ambito che ha garantito nel paese una certa mobilità sociale nell'ultimo scorcio di secolo. Certo i figli d'arte sono favoriti non c'è dubbio, ma questo accade dappertutto in Italia. Siamo un paese di figli di mammà! È un bene, è un male, parliamone, ma che cosa c'entrano gli assetti istituzionali degli Ordini?

Nell'ambito dell'impresa nel nostro sistema vi sono norme che hanno introdotto vantaggi tributari notevoli per favorire il passaggio generazionale e ciò è generalmente ritenuto un bene in un capitalismo a struttura familiare come il nostro.

Il problema è che oggi il mercato è saturo e non è più possibile aprire studi propri. Mantenendo poi l'attuale situazione, rischiamo di avere professioni fatte di orde di parasubordinati (finti professionisti) sottopagati. Questo non è un bene prima di tutto per le professioni.

Forse dobbiamo pensare in futuro a distinguere le posizioni giuridiche dei giovani che sono meri collaboratori di studi da quelle di quei giovani che dopo un po' di tempo trovano una loro collocazione mediante forme associative all'interno degli stessi studi: solo i secondi sono professionisti in senso stretto, mentre i primi necessitano sicuramente di qualche tutela in più per evitare fenomeni di sfruttamento.

Se nelle professioni oggi il praticantato è fonte di sfruttamento ciò attiene a un elemento patologico del sistema, ma non implica necessariamente che il praticantato sia inutile e parla chi ritiene che un praticantato triennale sia un eccesso e che bastano due anni di cui uno fatto durante gli studi universitari.

Per quanto riguarda l'esame se è fatto male va modificato, ma perché eliminarlo?

L'esame è certamente un ostacolo, ma è anche una prova che implica la necessità di una preparazione che più che garantire in se e per sé una competenza perenne del professionista, denota l'impegno e la disposizione di un soggetto alla competenza. Per il resto se i professionisti sono cresciuti come numero a dismisura è una sovrana baggianata che abbia costituito una barriera all'entrata.

Un esame serio è anche una misura di merito.

Il dibattito sulla chiusura riguarda solo le professioni che, per l'appunto, hanno riserve e numero chiuso che in Italia sono solo due: notai e farmacisti. È giusto, non è giusto? Apriamo pure un dibattito che deve essere privo di pregiudizi, ma non facciamo di tutta l'erba un fascio.

L'attuale assetto degli ordini non è perfetto e va sicuramente rivisitato, ma spesso ciò attiene ad elementi patologici, che però non rappresentano l'essenza del motivo per cui in tutte le latitudini e in tutte le epoche storiche i professionisti hanno teso ad aggregarsi ed a coordinarsi in corpi professionali. Fenomeno che è essenzialmente di tipo economico.

Se oggi le professioni non danno ai giovani le opportunità che hanno dato in passato, il problema non sta negli assetti istituzionali, ma nel mercato. Il problema si sposta allora su quali siano i migliori assetti organizzativi che in futuro gli studi professionali dovranno darsi per competere sul mercato. Questo però è un altro capitolo che i giovani professionisti devono affrontare come la loro decisiva sfida giornaliera fatta di competenza, specializzazione e capacità di collaborazione.

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