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Basilea 4, scatta la moratoria: per due anni nessuna stretta

«C’è chiaramente un eccesso di capitale nel sistema bancario». Così ha sentenziato non più di un mese fa Jamie Dimon, presidente e ceo di Jp Morgan, nella lettera d’accompagnamento ai soci del bilancio 2016, il più ricco di sempre per la banca d’affari americana, con i suoi 24,7 miliardi di dollari di utile netto. Ma per il banchiere si potrebbe fare anche di più, se solo non ci fossero regole che impongono di immobilizzare enormi quantità di capitale e non lasciano le banche libere di finanziare l’economia.
Come ha dichiarato lunedì a Bloomberg, il tema è sulla scrivania di Donald Trump, che dopo le promesse effettuate in campagna elettorale ora sta valutando come muoversi. Al di qua dell’Oceano Atlantico, in Europa, la pensano diversamente, sia i banchieri che i regolatori. Ma nel dibattito apertissimo sulla regolamentazione bancaria, in cui ogni potenza è impegnata a difendere i propri modelli di business e le regole che meno li penalizzano c’è un punto su cui tutti sono d’accordo: l’alluvione di novità deve cessare e il quadro normativo va stabilizzato per qualche tempo; per valutarne gli effetti e, intanto, armonizzarne l’applicazione nei vari Paesi.
È?così che il Comitato di Basilea, probabilmente il regolatore più attivo nello sforzo di mettere in sicurezza il sistema dopo Lehman, ha deciso di correre ai ripari. Nel suo programma di attività per il 2017 e 2018, pubblicato la settimana scorsa, il Comitato ha formalizzato che nei prossimi due anni la priorità sarà “semplicemente” l’implementazione delle regole attuali, compresi i tasselli che ancora mancano di Basilea 3 (come quello a cui faceva riferimento ieri Danièle Nouy). Ma per eventuali, ulteriori, revisioni si apre ora una vera e propria moratoria biennale, destinata così a consolidare (e armonizzare) il quadro normativo attualmente in vigore, così come richiesto dai banchieri di mezzo mondo.

La sterzata degli Usa
Morale: il fantasma di nuove rivoluzioni normative , almeno per un paio d’anni, smetterà di aleggiare tra le banche italiane (e non solo). Confermando che la pressione regolatoria sul settore, dopo anni di giri di vite continui, è destinata ad allentarsi.
Dietro alla frenata di Basilea c’è senz’altro l’effetto Trump, che – attraverso la Fed – ha radicalizzato la posizione negoziale americana. Impossibile, si è valutato dentro al Ghos, il gruppo dei governatori delle principali banche centrali dove si decide su Basilea, pensare a nuove riforme strutturali in questo nuovo contesto. Tanto è vero che già sull’implementazione delle regole attuali si litiga: a dicembre, il nuovo corso Trumpiano nei fatti ha allontanato l’accordo che sembrava a un passo sui modelli interni di valutazione del rischio adottati dalle singole banche, e in particolare sui benefici che possono generare i modelli avanzati rispetto ai modelli standard.

Il nodo dei modelli interni
La questione pare tecnica, ma è talmente rilevante che assume un connotato chiaramente politico. Le banche europee, dove i modelli avanzati dominano, si oppongono all’introduzione di un otuput floor – ovvero una limitazione al beneficio – superiore al 70%; gli Stati Uniti, invece, non vogliono scendere sotto l’80%, visto che per loro il modello standard è prassi. Come anticipato da Il Sole 24 Ore il 30 marzo scorso, un compromesso del 75%, con un’introduzione graduale del 55% dal 2021 per arrivare a regime nel 2025, al momento appare la soluzione più probabile, ma ci vorrà ancora qualche mese di trattativa supplementare. Tanto è vero, concordano due diverse fonti vicine alla trattativa contattate da Il Sole, che un’intesa raggiunta entro la fine dell’anno parrebbe già un buon risultato.
Sta di fatto che le premesse per aprire altri fronti almeno non ci sono. Pertanto, l’attività del Comitato di Basilea si concentrerà sulla «finalizzazione delle norme esistenti», si legge nel documento ufficiale, con un focus specifico sul trattamento delle esposizioni sui titoli di Stato, ma anche sulle coperture dei crediti in sofferenza. Più in generale, «un’importante priorità per il Comitato – si legge ancora – è quella di continuare a monitorare l’eventuale emergere di rischi ciclici o strutturali, nonché cambiamenti del modello di business e nuove tecnologie transattive che possano andare contro lo spirito del quadro regolatorio di Basilea». In quest’ottica, il Comitato «adotterà un approccio sistematico, micro e macroprudenziale», utile a valutare eventuali punti critici.

Marco Ferrando

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