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Barroso: «Crescita, non solo rigore»

di Luigi Offeddu

BRUXELLES – Vaclav Klaus, il presidente della Repubblica ceca, ieri ha spiegato pacatamente dai microfoni della radio di Stato che il suo Paese non deve dare i soldi promessi al Fondo monetario internazionale per aiutare i Paesi europei più colpiti dalla crisi. L'esatto contrario di quanto si era concordato nel vertice Ue di Bruxelles, 4 giorni prima, con il «sì» di Praga condizionato solo all'approvazione del suo Parlamento. Sempre ieri, il governo ceco ha fatto sapere che aderirà al testo di quell'accordo solo quando avrà potuto leggere il testo definitivo: non, quindi, la bozza già concordata da 26 Stati.
Klaus è uno celebre per aver fatto sospirare per mesi la sua firma sul Trattato di Lisbona, ma quanto accade ora a Praga non è un'eccezione. I dubbi intorno ai risultati del vertice Ue sembrano moltiplicarsi con il passare dei giorni, invece che diradarsi: alcuni — troppi accordi sul rigore, pochi sulla crescita — li ha sottolineati lo stesso presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, davanti all'Europarlamento. Si discute anche, e tanto: Angela Merkel, la cancelliera tedesca, mette il veto a nuovi finanziamenti del Fondo europeo Esm, e vuole che gli accordi di Bruxelles stiano scritti in un testo unico; Herman Van Rompuy, presidente stabile della Ue, ne vorrebbe invece due. La parola «referendum» torna a echeggiare qua e là. In questa cornice di incertezza, le Borse e l'euro hanno tentato ieri una effimera ripresa, subito rientrata, e i depositi delle banche dell'eurozona presso la Banca centrale europea hanno toccato un nuovo primato: certo non un segno di fiducia nel futuro.
Barroso dice chiaro e tondo che il vertice del 9 dicembre non è bastato: «Lasciatemi essere franco, non possiamo costruire la nostra unione economica solo sulla disciplina e le sanzioni, abbiamo anche bisogno di un'Europa della crescita e dell'occupazione». Vi sono malumori e timori in Austria, Olanda, Romania, Lettonia (dove a far scattare un referendum bastano 50 deputati su 100). In Irlanda, il ministro agli Affari europei Lucinda Creighton spiega che si deciderà che fare solo quando si vedrà il testo definitivo dell'accordo: vale a dire, linea Vaclav Klaus; mentre il Fianna Fàil, primo partito di opposizione, alza la voce: referendum subito. In Finlandia, la commissione affari costituzionali del Parlamento ha già bollato l'intesa come anticostituzionale; e Mauri Pekkarinen, leader del Partito di centro che chiede il ritorno al markka (la vecchia valuta) promette faville. Come il populista olandese Geert Wilders, e vari altri. Passato il vertice, l'Europa ribolle ancora. In silenzio attendono le agenzie di rating, con forbici e mannaia pronte.
 

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