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Bari, venti dissesti societari dietro il caos della Popolare

Il rapporto con il territorio della Banca Popolare di Bari è stato spesso, come per altre banche popolari, perverso: da una parte l’istituto ha sostenuto l’economia del territorio (e la sua crisi comporterà – temono molti imprenditori – una stretta al credito che potrebbe nuocere a produttività e occupazione). Ma dall’altra molti gruppi hanno ottenuto prestiti senza meriti di credito, e ora, secondo le indagini, sarebbero queste sofferenze a mandare in tilt i parametri finanziari dell’istituto. Tra le società messe sotto la lente dagli inquirenti, oltre che dagli ispettori delle autorità di Vigilanza, ci sono, tra i più noti, Parnasi e Maiora Group, la società degli Angelucci (Roma Global Services, azionista del San Raffaele di Roma) e il pastificio Rummo (per la quale a fine 2016, su 2 milioni di prestito, la banca ipotizzava perdite per quasi un quarto della cifra).

Nell’elenco ci sono anche società in liquidazione, come la Design 2000 (con 1,2 milioni di prestiti e la metà in sofferenza) e la Isoldi spa (con 30,5 milioni di crediti di cui oltre 17 milioni in sofferenza). Quest’ultima compariva anche nel dissesto di Etruria. Tra quelle molto esposte compare l’immobiliare Mossa del Palio, che su un credito di 7,3 milioni risultava potenzialmente in sofferenza per 2,6 milioni. Il problema delle sofferenze viene evidenziato dall’ispezione Bankitalia terminata a novembre 2016. Il documento è al vaglio della procura di Bari. L’esortazione degli ispettori era già allora di «fissare chiari indirizzi nella gestione dei crediti non performing». Già 3 anni fa l’esame di un campione di posizioni creditizie aveva fatto emergere «sofferenze per 1,9 miliardi, inadempienze probabili per 1,2 miliardi e previsioni di perdita per 1,6 miliardi». Il motivo viene spiegato: «non sono stati sviluppati strumenti e metodologie per indirizzare l’erogazione del credito secondo criteri di redditività corretta del rischio…Le strategie sono state approvate dal cda senza fornire un confronto tra la situazione attuale e macroaggregati corporate, piccoli operatori economici e edilizia, né stima degli impatti in termini di redditività e assorbimenti patrimoniali».

Più precisamente, si parla di mancanza di indirizzi chiari e dei tempi di rientro per quanto riguarda alcune importanti esposizioni, come nel caso dei gruppi Maiora, Parnasi e Barieditrice. Bankitalia rileva anche iter «istruttori sufficientemente robusti», a onor del vero. Mette però in rilevo che in alcuni casi – Fin Television, Teknoelettronica e Sciarra costruzioni – ci sia stato un «acritico recepimento dei piani finanziario prospettati delle controparti a supporto delle richieste di affidamento senza verificarne la tenuta ipotizzando scenari meno favorevoli». Poi si sottolinea il sostegno creditizio assicurato a clientela in difficoltà finanziaria attraverso «affidamento a soggetti collegati privi di adeguata solidità patrimoniale», come nel caso della Finanziaria Edile Massimiliano Matteo e Fim.

Nell’elenco compare anche il gruppo Fusillo, in dissesto finanziario e per il quale era già stato aperto un fascicolo. O anche il gruppo Nitti, caso particolare perché ha chiesto quasi 13 milioni in prestito, di cui oltre 5 milioni sarebbero ritenuti irrecuperabili. Si aggiunge, tra i rilievi, anche il beneficio elargito a Progetto Sviluppo Immobiliare e Artigian Arredo, «non basato su una verifica della coerenza tra flussi e fabbisogno di cassa»; e la tendenza a sottostimare «la rischiosità della clientela», come nel caso di Apulia, Tesco, Comi Cristina e Piccinetti Pietro. Per alcune posizioni sarebbe stato usato nell’attualizzazione del debito il tasso originario, spesso inferiore, «generando una sottostima della rettifica»: è il caso della Nuova Concordia in liquidazione, Impresa costruzioni meccaniche edili e Cooperativa artigiana di garanzia di credito Brindisi.

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